Gaia De Megni

Santa Margherita Ligure 1993

Vive a Roma e a Portofino

Studio visit di Paola Nicolin

Con Gaia De Megni mi abbarbico lungo la strada che da Rapallo porta a San Pietro di Novello. È quasi sera e l’aria in motorino si fa subito fresca quando dal mare si sale verso l’entroterra ligure. Notoriamente schivo, come i suoi abitanti, questo territorio dice molto – anche – del lavoro dell’artista italiana formatasi al triennio di Pittura presso la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano (NABA) e al momento impegnata nel master annuale di I livello in Arti performative MAP_PA organizzato dall’Azienda Speciale Palaexpo e dall’Accademia di Belle Arti di Roma. «Al momento sono piuttosto nomade. Dopo sei anni a Milano, e cruciale qui per me è stato l’incontro e il lavoro con Marcello Maloberti, mi sono spostata a Roma – con Chiara Guidi sto confrontandomi con il corpo, con la voce… insomma credo che qui il mio bisogno di performatività si stia facendo più consapevole –. Ti porto però nel luogo dove lavoro: è il laboratorio del marmista con il quale collaboro da sempre. Vedrai alcune mie opere tra macchinari e lastre di marmo grezzo. Va bene?». Lasciata la strada principale si gira lungo il fiume dove sorge un capannone di medie dimensioni. Il terreno è dissestato e materiali e attrezzi sono accatastati con quella trascuratezza poetica, tipica dei depositi allocati lungo le fasce liguri. Gaia De Megni ha respirato questa indole, questa resistenza della terra stretta al mare aperto; e nei suoi lavori sale sempre di più la tensione tra una modernità rurale, potente e ruvida insieme, e le lusinghe del mare che luccica di Portofino.

Se per l’artista la pittura e il disegno sono vere e proprie pratiche quotidiane attraverso le quali pensare ai lavori, l’opera prende forma nel linguaggio della scultura, intesa come campo espanso dove registri diversi confluiscono. Ecco perché i suoi lavori, che le sono valsi premi e riconoscimento, come il Ducato Prize nel 2019 o nello stesso anno il premio Lydia! della Fondazione il Lazzaretto, sono indagini sulla parola, sul cinema d’autore, sono performance, video, installazioni sonore e sculture dove costante sembra l’interesse verso la possibilità di trovare un equilibrio tra monumento e immagine in movimento, tra solido e liquido. Osservate nel cantiere del ‘suo’ marmista dunque, opere quali Nulla si sa, tutto si immagina, 2018 (video proiezione di onde del mare su blocchi di marmo Biancone e Marquinia, dove citazioni tratte dell’ultimo film di Federico Fellini La voce della luna sono incise sulla superficie nel tentativo di monumentalizzare l’immagine) o gli elementi del video-performance Il mito dell’eroe, 2021 (un palco nero, dalle forme secche e riflettenti, poggiato a terra su piedistalli di metallo che lo rendono quasi uno scoglio/drone, sul quale aveva avuto luogo un’azione messa in atto da un attore in abiti militari impegnato a marciare sul posto) rivelano quanto l’artista negli anni – non senza fatica – sia riuscita a fondere la sua soggettività nella memoria di un luogo. De Megni si impossessa spesso, d’altra parte, di un’immagine già esistente che può arrivare dai maestri (quasi in una forma di caparbia sottomissione ai padri dell’arte del cinema) o, nel caso delle sue ricerche in corso, dalla realtà dei mezzi di comunicazione digitale legata a scene di guerra, conflitti sociale o semplici fenomeni di resistenza urbana. Al momento, l’artista sta infatti lavorando una serie di silhouette di armi, realizzate in materiali trasparenti, che affrontano tanto il tema della spettacolarizzazione delle armi quanto quello della domesticità della violenza, l’anestesia costante sotto la quale il nostro occhio processa immagini di guerra. Questo passaggio, che coincide con una crescita umana e una progressiva costruzione della propria consapevolezza nell’essere artista oggi, senza né madri né padri né zii e cugini d’America, rende la ricerca di Gaia De Megni una terra libera e sgretolata come l’entroterra nel quale lavora.