Angelo Bellobono

Nettuno 1964

Vive e lavora a Roma

Studio visit di Marco Trulli

Lo studio di Angelo Bellobono, nel quartiere Monte Sacro a Roma, è il luogo in cui si archiviano e si riassemblano paesaggi lontani, esperienze di cammino individuali o collettive che l’artista conduce in maniera itinerante sulle vette d’Italia. Per cui entrare nel suo studio significa immergersi in un viaggio verso luoghi lontani, estremi, che appaiono come miraggi, mete raggiunte grazie a fatica fisica e determinazione.

La pittura e l’esperienza corporea nel lavoro di Bellobono sono intrinsecamente legate. Camminare è già un atto pittorico, è farsi permeare dal paesaggio, dalle sue asperità, dal vento o dal sole. Non a caso l’artista unisce la pratica sportiva dello sci, l’escursionismo di montagna e la pittura, per lui infatti dipingere è “disegnare curve nella neve”.

Praticare la montagna, per Bellobono, significa immagazzinare e sedimentare suggestioni ed esperienze che successivamente vengono da lui rielaborate e fissate in studio su tele di diverse dimensioni, piccoli supporti e perfino su riviste e quaderni. Non si tratta di ricordi precisi, dettagli realistici, quanto più di sensazioni, memorie che affiorano, biancori abbacinanti e nebbie cromatiche che permeano i dipinti e ci consentono di guardare al paesaggio sentendoci avvolti, in cammino. Il paesaggio montano è una cerniera, un filo continuo che unisce gli immaginari mediterranei, poiché, come lui tiene a precisare, il Mediterraneo va considerato un grande lago salato di montagna, in cui le vette emerse disegnano l’ossatura del continente.

In questa immersione nelle atmosfere montane c’è l’urgenza di ricomporre brani di paesaggio, ricucire le fragilità  ̶ geologiche ma anche sociali  ̶ di un territorio interno, quello dell’Appennino, scosso da terremoti più o meno recenti, da spopolamenti progressivi, da incuria e abbandono della pratica della natura. Questa urgenza, che si manifesta nel lavoro dell’artista anche attraverso l’attivazione di community projects (a partire da Atla(s)now in Marocco), azioni partecipative e laboratoriali, non è ostentazione di una scelta ecologista, bensì una necessità impellente di tornare ad abitare le montagne per prendersi cura di fratture che hanno segnato per sempre la storia delle nostre terre alte.

Non è un caso che l’artista non usi la fotografia come dispositivo di rappresentazione e cattura del paesaggio. Tutto nel suo immaginario deve essere fisico, il territorio deve essere sentito e misurato attraverso le gambe e il proprio corpo per essere realmente catturato e tradotto attraverso il suo sguardo, in un tentativo continuo di immedesimazione completa con il contesto, di diventare paesaggio.

I suoi lavori sono sempre il frutto di un incontro con l’inatteso e, a volte, l’artista lascia che gli accadimenti prendano il sopravvento. Nel corpus di opere che compongono il progetto Linea 1201, in cui ha salito diverse cime dell’Appennino da Nord a Sud, l’artista ha posizionato la tela in prossimità di un calancoall’inizio di un temporale, accogliendone le tracce di dilavamento (Trappola pittorica calanco, 2020), oppure ha lasciato che un gregge di pecore camminasse su una tela (Gregge su tela, 2020). Sono trappole pittoriche, dispositivi aperti che catturano eventi geologici, atmosferici e che fissano la natura transitoria e mutevole della vita di montagna. Dipingere è ripercorrere queste sensazioni, questi luoghi, percepire i cambi di temperatura e di quota, la luminosità di una radura.

Le discontinuità, i vuoti e le fratture sociali e morfologiche diventano strappi e ricomposizioni, sono reminiscenze che vengono ricollocate per intessere nuovi dialoghi visivi.

Questa problematizzazione del paesaggio, delle sue complessità, delle sue tensioni e dei suoi traumi, genera una pittura installativa che vive su una condizione precaria, di instabilità perenne, a volte tenuta insieme da materiali labili, fortemente connessa com’è al destino fragile dell’Italia interna.

Non a caso uno dei focus importanti del lavoro di Bellobono nasce intorno al paesaggio di Amatrice, alla vicenda umana e territoriale che ha stravolto il centro Italia. Il lavoro relazionale e comunitario promosso da Bellobono sulla vicenda del terremoto del centro Italia, è un percorso continuativo di riflessione, indagine e collaborazione nato in risposta all’emergenza, come percorso artistico di impegno civile che ha dato vita a una serie di progetti e laboratori artistici (Io sono futuro, 2016). Partendo dai resti, da asciugamani recuperati nelle case crollate, da stracci utilizzati durante la lavorazione, l’artista realizza opere che tendono a ricucire, a ricomporre frammenti di territorio per riconfigurare un insieme, unendo memorie e riletture, geografie e visioni, nel tentativo di disegnare proiezioni di futuro.

Capanna, in lavorazione sulla vetta del Monte Marrone, Mainarde, Molise
Opere in lavorazione al Campo Base Officina Pellegrini, Valsamoggia, Emilia Romagna