Andreco

Roma 1978

Vive e lavora a Roma

Studio visit di Nicolas Martino

Andrea Conte, in arte Andreco, è un hopeful monster, ovvero un “mostro”, ma da intendersi, come si fa in biologia, in quanto salto evolutivo, passaggio intermedio. Ha poco a che fare, insomma, con la figura mainstream dell’artista o, peggio, con la retorica “ispirazionista”, purtroppo dura a morire in molte scuole d’arte che reiterano il falso e inutile mito degli inesistenti colpi di genio, intendendo la sua attività come un rigoroso progetto scientifico-politico. Lontano, quindi, anche dall’altro mito tutto moderno o, per essere più precisi, caratteristico di una certa modernità, della neutralità della scienza, Andreco ne intuisce e sviluppa, invece, tutta la natura politica, rendendo evidenti le contraddizioni che spesso il velo dell’ideologia, in un mondo in cui il capitalismo stesso tende a essere naturalizzato al di là delle sue determinazioni storiche, nasconde. Potremmo pensare che questa natura amorfa di Andreco provenga dalla sua formazione prettamente scientifica, e invece le cose sono più complicate e interessanti di così.

Conte nasce come artista, formatosi in quel clima particolarmente vivo degli anni Novanta che aveva fatto di Roma un laboratorio contro-culturale e politico – la Pantera prima e subito dopo le posse, i centri sociali, il writing e il recupero di un pensiero critico messo in soffitta nel decennio precedente ‒ che ha dato buoni frutti di cui riusciamo a godere ancora oggi. La formazione scientifica, ovvero il dottorato in ingegneria ambientale e il post-dottorato internazionale sulla gestione sostenibile delle risorse, è arrivata dopo, a rafforzare ulteriormente l’impostazione artistico-politica. In questo senso, insistiamo, potremmo dire che ci troviamo di fronte al passaggio da una specie a un’altra: non un artista, né uno scienziato, come spesso si intendono queste figure, ma un “mostro” che evolutivamente torna a unire ciò che la modernità aveva separato, cioè l’arte e la scienza – ricordate il Rinascimento e quelle figure mitiche chiamate alchimisti? ‒ in una riconquistata sintesi di mano e cervello. È così che i suoi lavori – di cui mi parla e che in parte mi fa vedere nelle stanze del suo studio-laboratorio in piazza Vittorio a Roma ‒ su spazio urbano e paesaggio naturale, uomo e ambiente, non hanno nulla della debolezza scientifica o della retorica politica di un certo attivismo, da un lato, e di un’arte dimidiata e ridotta a decorazione, dall’altro. Ma ci troviamo sempre di fronte un equilibrio tra rigore della ricerca, politicità del progetto e formalizzazione della realizzazione artistica.

Installazioni, performance, video, pittura murale, scultura e progetti d’arte pubblica fanno tutti parte di un lavoro che intende la crisi climatica e ambientale non come una variabile indipendente dal sistema e quindi come questione ecologica risolvibile all’interno del quadro di sviluppo nel quale già siamo – avete presente la retorica sulla raccolta differenziata? ‒, ma molto più radicalmente come messa in questione di quella Scala naturae aristotelica che divideva e organizzava gerarchicamente le diverse ‘sostanze’ viventi, mettendo al vertice di questa piramide l’essere umano come creatura prediletta che aveva ricevuto il compito di dominare sul resto del mondo. Ecco dove affonda le radici un modello di sviluppo tutto occidentale ‒ e nel lavoro di Andreco non è di secondaria importanza l’interesse per l’antropologia culturale come metodo che permette di provincializzare il nostro punto di vista ‒ che ora si tratta di rovesciare per iniziare a ricostruire un altro mondo possibile a partire dalle rovine di quello che ci stiamo lasciando alle spalle. Si tratta, insomma, di una radicalizzazione di quella crisi del moderno che negli anni Ottanta si è chiamata post-moderno, e che ora molto più radicalmente prende il nome di Antropocene.

Ed essendo questione squisitamente politica, ecco che i progetti come Climate Art Project, iniziato a Parigi già nel 2015 con la conferenza sul clima, e Flumen tuttora in corso a Roma ‒ una serie di azioni ed eventi multidisciplinari intorno all’ecosistema dei fiumi (e, aggiungiamo, per i loro diritti, come risulta già in alcune Costituzioni) ‒, prevedono sempre il coinvolgimento e la partecipazione attiva di cittadini e di soggetti pubblici e privati, nella consapevolezza che il cambiamento, attraverso l’arte che è l’asse portante della transizione che stiamo attraversando, non può che essere un processo collettivo. Certo, forse manca ancora qualcosa in questo lavoro così ben articolato: vorremmo leggere i molti interventi e saggi dell’artista, ora sparsi perché scritti in diverse occasioni, raccolti finalmente in volume. Un libro riuscirebbe a esprimere ancora meglio l’importanza strategica di questo lavoro e a spiegare cosa possiamo e dobbiamo intendere per arte.