Yuri Ancarani

Ravenna 1972

Vive e lavora a Milano

Studio visit di Marco Scotti

«Mi piacciono gli spazi piccoli. Il mio studio è così, mi dà serenità. In fondo la vita di un artista è fatta di alti e bassi, no?».

E dove incontriamo Yuri Ancarani, affacciato sulle ringhiere di un cortile milanese, è davvero un luogo raccolto, progettato e organizzato attraverso una serie moduli pensati per lui da un amico scenografo. La divisione tra archivio, piani di lavoro e spazi abitabili è flessibile, adattabile ai singoli momenti. Lo studio è anche online – Ancarani ha una stanza sempre aperta su Whereby, dove dialoga con il suo team e si mette a disposizione delle persone che lavorano con lui, condividendo tutto – e in giro per il mondo, nei momenti in cui tra riprese, mostre e presentazioni l’artista è costantemente in viaggio e deve ricavare spazi di lavoro temporanei tra stanze d’hotel e appartamenti in affitto.

«A me interessa l’immagine in movimento. Ed è un mondo gigantesco, che ho deciso di esplorare». Radicato tanto nelle sperimentazioni della videoarte degli anni Ottanta quanto nelle produzioni popolari e commerciali, tra videoclip, pubblicità e cinema, quello di Ancarani è un viaggio che già dai soggetti rivela un’attitudine costantemente volta alla ricerca e alla coerenza, anche formale: ha ritratto nei suoi lavori lo stadio di San Siro, una seduta spiritica con Carlo Mollino, la falconeria nel Qatar contemporaneo così come i rituali delle cave di marmo a Carrara, organizzati secondo cicli e temi.

Gli ultimi anni, contrassegnati da pandemia e chiusure, non sono stati semplici. «Quando si ferma il mondo ti fermi anche tu»: Ancarani si è così concentrato molto sull’insegnamento, realizzando il primo film con gli studenti all’interno del suo corso alla NABA – Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Il lavoro è stato presentato a FILMMAKER, il festival dedicato al cinema documentario e di ricerca. Nel frattempo montava Atlantide, film presentato in anteprima alla 78ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, un lavoro impossibile da inquadrare, tra film d’artista, documentario e cinema, che rappresenta proprio la laguna di Venezia e le comunità dei ragazzi che vivono sui loro barchini tra le isole ascoltando musica trap, attraverso un flusso di immagini straordinariamente potenti. «È stata dura – ricorda l’artista –, ho tardato nei lavori. Per il montaggio ho lavorato in una prima fase qui in studio, ma anche in treno su un laptop. Poi mi sono spostato in studio a Roma, una realtà completamente diversa». Adesso invece Ancarani è al lavoro su progetti museali, qualcosa di completamente diverso rispetto alla produzione di un film: dopo l’esperienza del 2018 alla Kunsthalle Basel, il 4 novembre ha aperto la mostra alla Kunstverein Hannover, a gennaio sarà la volta del MAMbo a Bologna, mentre a marzo ritorna a Milano, al PAC. «Ragiono sui black box entro cui è sempre stato confinato il video nei musei, cercando di farlo esplodere ed entrare negli spazi».

«Io faccio sperimentazione, non devo per forza piacere». Quello di Ancarani è un percorso libero, in cui l’intuito ha un ruolo fondamentale: dopo il dittico formato da Atlantide e The Challenge, l’obiettivo è dimostrare che dopo la produzione di un film la sua fruizione non debba per forza avere tempi velocissimi, che l’immagine in movimento non debba per forza essere consumata rapidamente. «Per questo mi piace presentare i miei lavori nei posti più disparati, dai festival alle piattaforme. A me piace tutto, mostrarli dappertutto».

Dalla produzione alla distribuzione, gli esiti di questo viaggio rimangono sospesi tra linguaggi e modelli. «Il mondo di oggi ti porta a trovare molte soddisfazioni nel cinema: c’è qualcosa di appagante, di veloce, rispetto a un sistema dell’arte che aspetta, che ha bisogno di sicurezza». È anche un percorso che non vuole considerare troppo il luogo dove ogni produzione sarà in seguito rappresentata: se di norma ogni progetto è pensato rispetto agli spazi e ai modi della sua fruizione, Ancarani cerca invece di fare un lavoro coerente, senza preoccuparsi che la destinazione sia un museo o una sala cinematografica, mettendo in secondo piano le aspettative del pubblico di massa. E, ovviamente, lavora anche su progetti specifici, come quelli pensati per spazi come YouTube o Vimeo, essenzialmente diversi, luoghi gratuiti ed eterogenei: qui troviamo il video dedicato allo chef Massimo Bottura, commissionato dal New York Times, oppure tutti i cortometraggi pensati per la casa di moda Gucci.

Oggi Yuri Ancarani continua a fare ricerca, su diversi piani e livelli, senza compromessi. «Non so perché mi selezionino ai festival, mi invitino per una mostra oppure mi propongano di portare quello che ho fatto su una piattaforma. So che sto seguendo una mia idea, che è un modo di guardare le cose molto visivo e intuitivo, basato totalmente sull’immagine, che sfrutta tutti i linguaggi dell’audiovisivo per le mie necessità. Se quella scena voglio farla come uno spot, come un videoclip oppure come un prodotto di fiction, io l’immagine la manipolo. È lei che deve essere al centro».

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