Theo Drebbel

Napoli 1990

Vive e lavora a Napoli

Studio visit di Alessandra Troncone

4 febbraio 2022

Theo Drebbel mi accoglie nel salotto di una casa dal sapore antico, adibito a studio e organizzato in due aree principali: una dedicata alla lettura e alla ricerca, l’altra alla realizzazione dei suoi lavori. Qui, su un tavolo da pranzo, un piccolo mobile a scomparti contiene tutto l’occorrente per le sue creazioni, un materiale perfettamente catalogato e organizzato per categorie.

È la doppia vita di questa giovane donna a colpirmi, mentre mi racconta dei suoi studi di architettura e urbanistica: da una parte la studiosa, con un solido background teorico che la porta a scandagliare forma e impianto delle città, producendo nuovi contributi scientifici; dall’altra l’artista che attinge ai suoi ricordi, anche quelli più intimi, per realizzare “paesaggi della memoria” – come lei li definisce – nella forma di composizioni dove entrano in gioco vari elementi in miniatura, ognuno con un proprio ruolo. L’obiettivo è dar vita a un alfabeto dove ogni frammento trova significato nella relazione con gli altri. Porzioni di un mondo interiore che rispecchia nella sua organizzazione quello esteriore, ricalcandone la struttura.

Dal 2014 Theo Drebbel (nome d’arte che serve a ‘separare’ l’attività artistica dalle altre) realizza i suoi Diorami, rappresentazione in scala di paesaggi mentali dove convergono oggetti trovati di piccole dimensioni e afferenti a mondi diversi, organici e inorganici. La loro disposizione su una tavola dallo sfondo giallo segue equilibri e criteri precisi, la loro combinazione rispecchia la messa in scena di ricordi che, attraverso questa pratica, vengono sezionati in ogni singolo frammento, analizzati nel loro portato emotivo e quindi lasciati andare, in un processo terapeutico e insieme catartico. Alla realizzazione del diorama segue il disegno che ne descrive le possibilità di lettura, una sorta di indizio per la sua decifrazione; i lavori su carta vengono presentati in corrispondenza dei rispettivi diorami, come fossero delle illustrazioni dello scenario attuale e di quelli possibili. Non c’è variazione nel metodo, che segue protocolli precisi, collaudati, quasi maniacali nello sforzo di trattare oggettivamente ciò che invece sfugge nella sua soggettività. L’unica variazione ammessa è la turnazione degli elementi in gioco, fatte salve delle presenze costanti che servono a rafforzare il procedimento stesso: l’animale, ad esempio, che compare in qualità di testimone dell’impossibilità di dimenticare.

La grammaticalità del linguaggio torna in un’altra serie, quella delle Processioni, che mostra un impianto leggermente diverso e che nasce come “omaggio all’ispirazione”, caratterizzandosi per la presenza di una moltitudine di elementi uguali che seguono una direzione ben precisa.

Tra i progetti in corso vi è una serie di interventi realizzati in anonimato in spazi pubblici nella città di Napoli, impiegando altarini abbandonati per allestire composizioni con la stessa tecnica dei Diorami. Dopo averli fotografati, l’artista li lascia “sciogliersi” nella città, mettendo in conto alterazioni e modifiche da parte degli stessi abitanti e quindi prevedendo un nuovo livello di apertura e di dialogo.

Theo Drebbel non nasconde un approccio per certi versi ingenuo nel rapportarsi alla pratica artistica; al contrario, rivendica una “mancata vocazione presepiale” che rinsalda il suo rapporto con Napoli, città che occupa una posizione di primo piano nei suoi studi di urbanistica.

A un primo sguardo il suo lavoro rischia di apparire un esercizio di stile, una pratica che rievoca hobbie di precisione o giochi di infanzia, senza addentrarsi in contenuti profondi; tuttavia, i Diorami sono iniettati di una complessità con cui può diventare difficile fare i conti, anche perché la chiave di accesso resta ‘blindata’ da un codice che, per quanto dotato di legenda, rimane di non immediata lettura in assenza di una guida dedicata, e comunque sempre parziale (non viene mai svelato, ad esempio, il ricordo di partenza). Resta in qualche modo necessario un inquadramento che l’artista riesce a dare con una notevole capacità narrativa.

Nella ripetitività delle sue opere, nell’assenza (almeno allo stato attuale) di uno slancio ad aggiornare il vocabolario, risiede in qualche modo una coerenza metodica, una vena di ossessività che lascia ben trapelare di non trovarsi davanti a un passatempo ma, al contrario, all’urgenza di trovare un proprio mezzo espressivo per affrontare i fantasmi di un passato personale, e allo stesso tempo per fornire una possibile procedura a chiunque voglia sposarne le regole di base.