Sull’interregno o la nuova preistoria Prospettive per una civiltà nata ad Auschwitz

Nicolas Martino

Quando, il 6 e 9 agosto 1945, due bombe atomiche vengono sganciate in successione su Hiroshima e Nagasaki, si conclude la Seconda guerra mondiale, ma finisce anche la Storia che per alcuni secoli aveva illuso e ammaliato una parte dell’umanità; il grand récit, iniziato con Bernardo di Chartres, tra gli altri, poi stratificatosi lentamente, fino a essere sistematizzato, prima dall’Illuminismo e successivamente da Hegel, attraverso un processo di secolarizzazione della teologia ebraico-cristiana che rendeva tale Storia la ‘formula’ attraverso cui l’Europa avrebbe progressivamente liberato sé stessa e il resto del mondo. Un’auto-narrazione che inizia con la conquista di un nuovo continente e lo sterminio di milioni di persone ‒ per liberarle dall’errore pagano e rendere l’uomo bianco l’unico vero figlio di Dio, libero di depredare, senza rimorsi, quelle terre, accumulando le ricchezze necessarie ad avviare il processo capitalistico ‒, e si conclude con Auschwitz e l’atomica. Da olocausto a olocausto, si è consumata la cosiddetta modernità, una certa idea della Storia e del tempo. Negli anni Sessanta Pier Paolo Pasolini, riflettendo sulla fine di quella Storia, avrebbe parlato dell’inizio di una nuova preistoria. Aveva probabilmente ragione, come su altre emergenze che riuscì a intravedere nelle crepe del miracolo economico, figlio tardo e spurio delle illusioni menzionate, applicando all’analisi della contemporaneità l’occhio clinico dell’antropologia culturale. Sarebbe poi arrivato il Sessantotto, ultima rivoluzione moderna, a sancire il passaggio culturale e politico a un’epoca diversa, inaugurata dal Settantasette. Ma se oggi, a quasi ottanta anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, e quasi cinquanta dall’inizio della postmodernità, guardiamo con gli strumenti dell’antropologia al recente passato, ci rendiamo conto che quella crisi delle nozioni di ragione, progresso, rivoluzione e futuro, le radicali trasformazioni dell’idea di tempo come portato della fisica quantistica, la decostruzione della concezione hegeliana della Storia (di cui si sono fatte portatrici la scuola delle Annales e la microstoria, che al tempo sostituivano lo spazio), e in prima istanza le lotte operaie, postcoloniali e femministe, non hanno sancito il passaggio a una postmodernità come esaurimento della modernità, ma sono state i signa prognostica di una trasformazione ancora più radicale, che porta con sé la fine di una civiltà durata secoli e l’inizio di un’altra di cui non riusciamo a distinguere tutti i tratti costitutivi. Pensiamo anche, proprio alla fine degli anni Settanta, al moltiplicarsi di tutta quella letteratura fantastica che parlava di mondi alieni e fenomeni paranormali, alla fanta-archeologia, e al successo di personaggi come Peter Kolosimo, oltre che al moltiplicarsi del rito quotidiano dell’oroscopo e della cartomanzia televisiva quale fenomeno di costume. La nostra condizione sembra essere simile a quella delineata da Antonio Gramsci, quando in una nota dei Quaderni scriveva che «il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati», il che non è tanto diverso, probabilmente, da quello che avrebbe poi affermato Pasolini. L’interregno nel quale siamo non è forse una nuova preistoria? Che cosa ci dice la fine della civiltà del libro, che per secoli è stato il principale mezzo di conservazione e trasmissione del sapere, se non che un intero mondo è finito e un altro, pieno di mostri, inizia a formarsi lentamente? Il fatto che milioni di persone non siano più in grado di ‘comprendere’ pienamente un testo, non ci suggerisce che il sistema pedagogico inventato dai gesuiti nel Cinquecento non funziona più? Un intero impianto cognitivo ed emotivo tramonta lì dove si moltiplicano forme di post-lessia che annunciano una civiltà post-alfabetizzata. Si sta trasformando l’intero apparato di percezione e conoscenza dell’essere umano, non più formato da parole ma dai segnali multimediali che viaggiano in rete. In assenza di strumenti adeguati, e di nuovi gesuiti in grado di inventare un nuovo metodo pedagogico, si moltiplicano l’infelicità e le psicopatologie legate alla sindrome ansiogena. Il disorientamento, l’impressione di non avere mai abbastanza tempo, l’incapacità di comprendere quello che accade intorno a noi, la sensazione di trovarsi di fronte a un testo indecifrabile e all’interno di uno spazio senza punti di riferimento (illuminanti, in questo senso, le pagine di Ernesto De Martino sul campanile di Marcellinara e lo spaesamento cosmico determinato dai primi viaggi spaziali), la violenza, la frustrazione, l’impoverimento, la rabbia dei poveri contro i più poveri, che da tutti i Sud premono sulla fortezza Europa, le stragi del Mediterraneo, che si consumano nell’indifferenza quasi generale, di cosa ci parlano se non di questo interregno con i suoi fenomeni più morbosi, di questa preistoria nella quale siamo piantati? Probabilmente aveva ragione Adorno a dire che dopo Auschwitz scrivere una poesia è un atto di barbarie, ma non è forse vero che solo la poesia ci aiuta a costruire lentamente un mondo nuovo? Non è la poesia l’atto fondativo di una nuova civiltà? Oggi che quella Storia, per fortuna, non c’è più, e ci troviamo a vivere tutti dentro uno stesso mondo, il quale non conosce un ‘fuori’, ed è attraversato da molte Storie diverse che si svolgono dentro temporalità spesso molteplici e asincroniche, chi sono i barbari che, come già fece Paul Celan, continuano a fare poesia? Allora ricordo la ‘manovra’ di Carola Rackete a Lampedusa nel 2019, e il papa in piazza San Pietro deserta nel 2020, straordinari atti di resistenza, poesie, opere d’arte del XXI secolo. E rifletto sui molti artisti che in Italia continuano a disegnare e a dipingere, nel tentativo di reinventare una lingua e sottrarla alla colonizzazione dell’algoritmo (potrei citare, tra i molti che ometto, i casi dei fratelli Ingrassia e di Davide D’Elia). Considero anche le opere che, tra teatro e installazione, in giro per l’Europa e ai suoi confini, costruiscono una psicanalisi collettiva della nostra coscienza culturale (Gian Maria Tosatti), e gli artisti che lavorano intorno ai processi educativi e alle forme alternative di pedagogia sempre più importanti (Giuseppe Stampone), quelli che lavorano sull’esodo, i confini, le nuove geografie, le questioni identitarie (Guendalina Salini e Fiamma Montezemolo), sulla storia recente e contemporanea (Claire Fontaine e Domenico Antonio Mancini). Ripenso a Walter Benjamin, che nel settembre del 1940 si toglie la vita per sfuggire alla belva che lo insegue in un’Europa in fiamme, atto che anticipa la nostra epoca. Torno con la mente alla generazione dei nostri genitori, a Valle Giulia nel 1968, a quella dei nostri fratelli maggiori, che nel 1977 incendiarono Milano, Roma e Bologna, ai miei coetanei con la testa rotta alla Diaz di Genova nel 2001, e mi sembra sia probabile che un giorno queste generazioni saranno ricordate come noi oggi consideriamo gli ultimi uomini vissuti alla fine dell’Impero romano. In quegli anni difficili, quello che è considerato l’ultimo poeta latino, Rutilio Namaziano, scrisse il De reditu, poemetto in cui raccontava la fine di un mondo, e dal quale il regista Claudio Bondì nel 2004 ha tratto un film con lo stesso titolo. Al di là del conservatorismo ‘nostalgico’ del nobile romano, forse è a questo modello che dovrebbe guardare un giovane artista del XXI secolo. Come il prefetto Namaziano nel V secolo, oggi un poeta deve essere, necessariamente, anche un politico.