Monia Ben Hamouda

Milano 1991

Vive e lavora a Milano

Studio visit di Edoardo De Cobelli

Monia è un’artista di origini italo-tunisine che vive a Milano, pur essendo spesso in viaggio per residenze e collaborazioni che hanno reso quest’ultimo anno un continuo spostamento tra Stati Uniti, Svizzera e Germania. La sua ricerca riflette l’influenza delle origini, un patrimonio culturale da cui attinge e che diventa luogo di incontro di culture e fonti d’ispirazione differenti. Una delle influenze è il padre, pittore rivolto in particolare alle forme espressive d’arte calligrafica. Durante la visita in studio, Monia mi mostra una recente pubblicazione sulla storia della figurazione islamica che l’ha particolarmente affascinata, pubblicata dal Rietberg Museum. L’immagine dove è posto il segnalibro mostra una scena perfettamente distinguibile, in cui il volto di Maometto è però coperto da un velo bianco che lo nasconde e che gli impedirebbe, concretamente, di vedere. Quasi un tovagliolo, che mi ricorda le parole di Leonardo Da Vinci sul potere delle immagini: «Non iscoprir se libertà t’è cara ch’el volto mio è carcere d’amore».

Il lavoro più recente di Monia Ben Hamouda si muove nel ventre molle dell’ortodossia iconoclasta, dove questa si scontra con la cultura figurativa e iconografica, in un territorio di continua ridefinizione, deviazioni e nascondimenti. L’iconoclastia è un movimento storicamente affascinante e costantemente irrisolto, anche se poco conosciuto nella cultura cristiana occidentale. L’immagine rappresenta un tentativo divertente e impacciato di girare intorno alla questione. Monia, al contrario, affronta apertamente il suo retaggio culturale riflettendo sulla tradizione e le forme espressive del linguaggio, dei miti e delle figure retoriche.

In quest’ultimo anno si è dedicata, in particolare, a una serie di opere in acciaio tagliate a laser, delle silhouettes che mediano la sua riflessione sull’aniconismo in un’affascinante forma calligrafica, diventata presto molto riconoscibile a livello internazionale. La forma calligrafica strizza l’occhio alla figurazione, rimanendo ambiguamente figurativa, pur senza mai diventare vera e propria immagine. Delle spezie, invece, sono poi usate in vece di pigmenti, lanciati a coprire le sculture appese e il pavimento. Il gesto caotico e casuale (come l’atto di gettare le polveri) fa da contraltare a un aspetto estremamente minuzioso e controllato del suo lavoro: in questo caso, il preciso disegno in autocad che dà vita alle sculture tagliate a laser. Questo doppio approccio pratico emerge anche nel progetto su cui sta lavorando per il 2023, la prima personale istituzionale in Spagna, presso la Casa Encendida di Madrid. Un gruppo di sculture a terra nasce da un groviglio di rami e tronchi accuratamente levigati e dipinti attraverso un lavoro estremamente lungo. Partendo dalla narrazione di alcune icone, che mostrano i demoni emergere da questo groviglio, Monia ha previsto però di dar fuoco a parte della scultura, includendo il caso e ricreando il principio narrativo in maniera performativa.

La questione dell’iconoclastia apre una finestra interessante sulla lettura del lavoro dell’artista. L’approccio di Monia, oltre che scultoreo, è quello che lei chiama un processo sciamanico, un insieme di atti fisici, gestuali e artistici con cui esorcizza il peso del passato e le aspettative della tradizione. Eppure, la forza estetica delle opere, proprio perché belle, sembra talvolta poter risolvere la questione nella forma estetizzante dell’immagine, nella sua forza attrattiva e magnetica che, in ultima istanza, è proprio il punto di partenza della riflessione iconoclasta. Al di là di come una questione viene risolta o meno, se mai è possibile risolverla, Monia è un’artista che dedica sé stessa al lavoro, che diventa il lavoro, il quale a sua volta è qualcosa di catartico: un’ossessione, un amuleto, una verità, un essere vivente… un oggetto al di là dell’oggetto, che avviluppa lo spettatore in maniera spesso viscerale e raramente lascia indifferenti.

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