Massimo Bartolini

Cecina 1962

Vive e lavora a Cecina

Studio visit di Marco Scotti

Fin dalla sua prima mostra, nel 1993, a casa di un’amica dove sceglie di intervenire rialzando il pavimento di 53 centimetri, Massimo Bartolini lavora sullo spazio, porta in scena elementi immateriali, riflette sulla percezione e sul tempo, su luoghi esclusivamente mentali, senza mai rinunciare a una dimensione partecipativa.

Entrando oggi nel suo studio a Cecina, quello che troviamo è un ambiente condiviso tra il progetto, l’immaginazione, il fare manuale, l’archivio e la pratica espositiva. Un grande ambiente ospita alcuni suoi lavori allestiti, uno dei grandi organi in tubi innocenti realizzati per la mostra Four Organs alla Fondazione Merz di Torino del 2017, vicino a Maracas, una macchina che muovendo quattro di questi strumenti riproduce l’omonima composizione di Steve Reich; il Revolutionary Monk (2005) che, all’interno del Museo Marino Marini, dialogava con il Tempietto del Santo Sepolcro di Leon Battista Alberti; due fontane – piccole sculture che diventano il centro della scena spostando la percezione –, l’allestimento su un telo blu delle zolle in ceramica realizzate al Museo Carlo Zauli di Faenza, che qui possiamo far suonare lanciando alcune piccole perle. Queste opere sono affiancate a casse e classificatori, in una dimensione sospesa, fino a quando, camminando, si arriva in uno spazio raccolto, in fondo alla grande stanza, con un tavolo da geometra al centro, nascosto dietro le luminarie che stavano sul pavimento di Palazzo Oneto a Palermo per Manifesta 12, ora temporaneamente trasformate in un’effimera parete verticale. Ci possiamo sedere davanti alla libreria, per chiedere a Bartolini cos’è per lui lo studio: «lo studio è un punto di riferimento, il 10% delle cose le realizzo qui, ma il 100% le penso. È un posto per vivere dentro il lavoro».

Dietro a questo spazio, nello stesso edificio, ne troviamo uno di dimensioni più ridotte, nucleo originale della sua idea di studio. Qui Bartolini è al lavoro per la mostra Hagoromo, a cura di Luca Cerizza con Elena Magini, che inaugurerà il 16 settembre al Centro Pecci di Prato, accompagnata da una pubblicazione antologica sul suo lavoro. Rimangono poi le tracce di un’altra mostra appena allestita, una sua stanza all’interno della collettiva Le futur derrière nous a Villa Arson, Nizza, curata da Marco Scotini. All’interno di una riflessione generale sui postumi degli anni Settanta, sui loro fantasmi, vengono ‘convocati’ alcuni artisti: Mario Merz – di cui Bartolini è stato assistente – è presente con un suo disegno, a fianco di Giuseppe Chiari, già apparso nel Padiglione Italia della Biennale di Venezia del 2013. Un richiamo a Cristina Campo è costituito da un paio di orecchini di perla cavi all’interno, quasi a ricordare un secondo padiglione auricolare, realizzati quasi 20 anni fa e oggi esposti su una base di alabastro, sotto un bicchiere e sostenuti da una mensola, mentre Enzo Mari è richiamato attraverso un pezzo di legno di ulivo, una riflessione sulla doppia polarità presente nella sua ricerca e, ad Arturo Benedetti Michelangeli si rifà un lavoro sonoro. Una serie di dialoghi diretti, con figure che rappresentano modelli, spiriti dal valore simbolico. Anche l’opera che vediamo in divenire dall’altro lato dello studio parte da un confronto, da una dimensione narrativa composta attraverso frammenti e prelievi: per la Setouchi Triennale in Giappone, Bartolini presenterà un nuovo lavoro a partire da Galileo Chini. Un incontro quasi casuale, quello tra gli artisti toscani, nato già in Thailandia durante la Biennale d’arte di Bangkok del 2021: a partire dal progetto del 1910 di Chini per la decorazione di alcuni ambienti del Palazzo del Trono a Bangkok, Bartolini aveva riprodotto una serie di mattonelle rappresentanti delle rondini e ne aveva fatto una zattera. Ancora un pavimento, questa volta galleggiante, che attraverso l’iconografia dello stormo di uccelli richiama migrazioni e spostamenti.

Anche al di fuori delle commissioni, la ricerca portata avanti appare di impressionante coerenza. Appoggiata al tavolo, una collana di corallo viene riprodotta esattamente, senza filo a tenerla insieme, su una mattonella di alabastro. «È un modo di fare una linea. Qui penso al discorso sul tempo di Bergson, dove la successione degli avvenimenti è paragonata all’infilare una perla dopo un’altra: un lavoro che si basava sull’idea che ci fosse una linea che teneva insieme tutto». Ritornando tra i lavori allestiti alle pareti, troviamo On the Rock, un lavoro recentissimo, composto da una piccola tela appoggiata su una roccia, una scultura. Un paesaggio, tra naturale e artificiale, che nello studio trova una sua dimensione in dialogo con le Rugiade, lavori storici dell’artista, in uno scambio che parte da un accostamento: «lì una cosa tridimensionale, la goccia, sta appoggiata su un quadro bidimensionale, in questo nuovo lavoro invece i ruoli cambiano. In fondo è quello che fai abitualmente qui a Cecina, quando vuoi andare a vedere il mare. Ti metti su uno scoglio e guardi. In questo lavoro c’è questa idea, solo che la roccia è una rovina».