Marco Eusepi

Anzio 1991

Vive a lavora a Roma

Studio visit di Nicolas Martino

Marco Eusepi ha studiato Pittura e grafica d’arte all’Accademia di Belle Arti di Roma. Co-fondatore e animatore di Spaziomensa, spazio indipendente e progetto di rigenerazione urbana che vede protagonisti giovani artisti, critici e curatori con l’obiettivo di rianimare il dibattito artistico nella capitale, la sua partecipazione attiva sulla scena contemporanea data dalla metà degli anni Dieci del nuovo millennio. Particolarmente importanti sono alcune sue recenti personali, Untitled (la pelle della materia), ad Alatri nel 2021, a cura di Giuliana Benassi (con un bel catalogo pubblicato da Viaindustriae), Novo, da Eduardo Secci nel 2021, e Gardens a Palazzo Trigona a Noto nel 2022, entrambe a cura di Pier Paolo Pancotto.

Eusepi è un pittore e, si potrebbe dire, fa parte di quella lunga schiera di eroi silenziosi che, in epoca di smaterializzazione del reale e digitalizzazione del mondo, continua a credere nella pittura e nei suoi mezzi espressivi. Dico lunga schiera perché, nonostante la sua giovane età, Eusepi eredita il testimone da quelli che già alla fine degli anni Settanta del XX secolo, in epoca concettuale e installativa, ripresero in mano i pennelli e le tele provando a reinventare la pittura e trovando dei punti di riferimento in alcuni protagonisti della prima metà del Novecento. Non è quindi a caso che Eusepi indichi in Giorgio Morandi e nella sua attitudine – proprio per questo prima si accennava al silenzio ‒, un punto di riferimento imprescindibile della sua pratica pittorica. In questo senso è interessante notare che proprio tra gli artisti più giovani, quelli nati negli anni Novanta, ora trentenni, si assista a un nuovo ritorno alla pittura che da un lato segna uno scarto rispetto all’attitudine sociale e politica della generazione dei quarantenni, dall’altra sorprende proprio perché la materia pittorica torna a essere protagonista quando tutto ciò che è reale tende a svanire nel virtuale. Ciò che meraviglia, visitando lo studio, è anche la consapevolezza linguistica di questo giovane artista, che sa bene come fare pittura non significhi tornare a una qualche tradizione conservatrice o peggio accademica – il che ridurrebbe tutto a un puro esercizio virtuosistico di pessimo gusto – ma significhi, da un lato, conoscenza della grammatica pittorica e, dall’altro, capacità di disegnare all’interno di quella grammatica una linea di fuga che liberi l’artista da ogni accademismo, rendendolo capace di quel miracolo in cui consiste la reinvenzione della propria lingua. Di questo parlava Deleuze quando insisteva sulla necessità artistica e politica di essere stranieri nella propria lingua, ed è proprio questo che riescono a fare gli artisti quando sono tali: conoscere perfettamente la propria lingua e le sue regole e riuscire, dall’interno, a reinventarle. Un miracolo, ovvero una cosa meravigliosa, che riesce quando l’artista è capace di essere contemporaneamente un dilettante, ma non un improvvisato, un atleta disciplinato e al tempo stesso un inventore. Nel lavoro di Eusepi ‒ nel rigore quotidiano di un esercizio che sa che solo la pratica e gli anni lo porteranno a dominare sempre meglio il linguaggio pittorico, attraverso lo sbaglio e l’errore ‒, sembra splendere la fede del monaco che crede nella sua forma di vita.

I lavori presenti a studio, grandi tele o disegni di piccolo formato, dipinti a olio o acrilico, sono silenti testimoni della memoria visiva dell’artista, testimonianza muta di paesaggi, alberi e foglie restituiti sulla tela con colori tenui che evocano l’evanescenza e al tempo stesso la resistenza del ricordo. La pittura, questo ci dicono i quadri, resiste al tempo e alle mode, quando è buona pittura, e proprio per questo è tra le poche cose che persistono nella tempesta che tutto travolge.

Se punti di forza di Eusepi sono senz’altro la maturità artistica e la consapevolezza della complessità del linguaggio pittorico, che qui non è usato come mezzo ma come fine – una differenza importante rispetto ad altre esperienze – l’unica debolezza che si può registrare sta nella lunghezza del cammino che l’artista deve ancora percorrere, resistendo e rimanendo fedele alla sua posizione.

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