Giuseppe Buzzotta

Palermo 1982

Vive e lavora a Palermo e a Carini

Studio visit di Daniela Bigi

13 marzo 2022

Nella storia recente di Palermo ci sono alcune figure e alcuni spazi che hanno rivestito un ruolo determinante per la definizione della scena attuale, in quanto hanno operato programmaticamente alla costruzione del cambiamento. Giuseppe Buzzotta è tra queste figure, avendo fondato insieme a Vincenzo Schillaci, nel 2008, uno dei primi artist-run-spaces siciliani, L’A project space, che ha svolto un grande lavoro sulla generazione che emergeva alla fine degli anni Zero, in sintonia e in collaborazione con analoghi spazi italiani ed europei.

Formatosi a Palermo, egli ha ereditato dal clima culturale cittadino un forte interesse per la pittura e per il disegno, che hanno sempre rappresentato i suoi mezzi espressivi privilegiati, seppure spesso affiancati da altre modalità, come il video, la scrittura, la fotografia, l’incisione.

Se dovessi trovare un filo conduttore nel suo fare, lo rintraccerei nella personalità del suo segno, fatta di ruvidità, di spezzature e insieme di improvvise fluidità. Guardando al corpo di opere Palinsesto Paleolitico, al quale lavora dal 2019, se ne capiscono le ragioni, visto che si tratta di segni e immagini che raccontano di un’ancestralità coeva ai suoni della lingua parlata, raccontano di valori iconici e simbolici: «nell’evoluzione umana – mi dice – il valore di immagine/suono narra di una trasformazione delle valenze magiche, cosmiche e sessuali del segno e dei simboli incisi sulle superfici, così una tela equivale alla parete di una grotta, rifugge dal chiodo alla parete, cerca la sua collocazione, una volta dipinta, nello spazio ambientale».

La sua pittura – spesso di grandi dimensioni, come le sue chine su carta – è di difficile approccio. Porta volutamente dentro di sé certe memorie di primo Novecento, certe forme e certi passaggi che rimandano a una stagione aurorale di indagine sul tempo e sullo spazio, ma contiene anche indecifrabili immagini residuali, mnemoniche, personali. Ci troviamo di fronte a lavori che disorientano perché sfuggono alla richiesta di un riconoscimento, di una risposta univoca. Ma la questione è proprio questa: la concentrazione non è sull’oggetto dipinto ma sull’esperienza della visione, all’interno della quale il disorientamento funziona come innesco per un percorso conoscitivo complesso, che indaga livelli del tempo differenti, fenomeni naturali su grande e su piccola scala, interroga territori noti ma anche ignoti, discipline scientifiche, pensiero filosofico, cronache politiche e piccole storie di umani dimenticati. È un processo di studio che mette insieme ‘campionari’ di gesti e di simboli antichi insieme ad attitudini e sguardi dell’oggi. La tensione ultima, di fatto, è verso paesaggi naturali e culturali nuovi, verso una condizione di unità con la natura. Nel suo studio fuori Palermo, a Carini, prossimo al mare ma abbastanza protetto da non compromettere la connessione con il mondo, con la politica e con le vaste geografie culturali che l’artista approfondisce analiticamente, la sua pittura fatta di asperità e sinuosità, di magnetiche multidimensionalità temporali e spaziali, cresce assecondando un ritmo vitale strutturato su discontinuità e inaspettate contiguità, su osservazione e ascolto. Della natura, delle galassie, delle energie cosmiche, della condizione che vive il migrante e della chimica che spiega i comportamenti della materia.

Trovo in studio molte tele e disegni recenti. È una fase in cui i colori sono accesi ma anche particolarmente profondi. Ma vedo anche strumenti musicali, spartiti, e alcuni progetti. Capisco che ha avvertito la stessa necessità, la stessa criticità che anch’io individuo in questa fase del suo lavoro. Si tratta del fatto che le sue opere, così complesse, così intrinsecamente restitutive di una condizione collettiva presente ma al contempo così pregne di memorie remote, chiedono oggi di entrare anche con altri strumenti dentro questo intrico, questa molteplicità, magari in termini plastici, o sonori, o per qualche verso sinestetici. La convergenza di traiettorie lontane che nutre i suoi quadri sembra richiedere la costruzione di un terreno più ampio di condivisione, di interconnessione, anche fisica, esperienziale, come d’altronde era avvenuto in modo embrionale già in passato, ad esempio quando nel giardino di L’A project space aveva realizzato a mano una fornace per cuocere sculture, oppure quando a Roma, da Operativa, aveva esposto un’incisione di oltre tre metri, in un meccanismo installativo che prevedeva anche la presenza della sua stessa matrice xilografica.

La forza del lavoro di Buzzotta risiede nella differenza. Tratta questioni di attualità, ma in modo non convenzionale, e anche mentre guarda al passato costruisce visioni di una straniante immediatezza che proprio mentre disorientano di fatto possono spostare.