Gabriella Ciancimino

Palermo 1978

Vive e lavora a Palermo

Studio visit di Daniela Bigi

gennaio 2022

Gabriella Ciancimino ha uno studio che guarda il mare e che si affaccia sul suo orto. Nel mezzo si estende Palermo.

Introduco il resoconto della mia visita con questa immagine perché mi permette di evidenziare subito una delle componenti più significative del suo lavoro, lo studio del paesaggio, che significa innanzitutto analisi della sua morfologia endemica e decodificazione simbolica delle sue emergenze.

Ragionando sui suoi progetti emerge che i suoi strumenti operativi sono lo studio botanico, l’indagine sociologica e la ricostruzione storico-archivistica, affiancati da una pratica quotidiana del disegno, che è il luogo dell’analisi, della sperimentazione, della restituzione e, più recentemente, dell’ascolto della multidimensionalità e della libera scrittura.

È evidente che i suoi progetti, strutturati attraverso modalità espressive composite, puntano spesso il focus su personaggi dimenticati o magari fraintesi o osteggiati, legati per motivi differenti al percorso libertario. Poi ci sono le piante ‘resistenti’, di cui studia le forme e i comportamenti. Rappresentano l’angolazione privilegiata dalla quale guarda ai territori. Ne indaga anche le rotte migratorie – le stesse intraprese da intere comunità umane, cui Ciancimino si avvicina analizzandone i manufatti, le tradizioni decorative, la cucina, l’arte dei giardini, la scrittura sapienziale. Una gran messe di studi, restitutiva sul piano storico e propositiva sul piano dei modelli sociali.

È interessante constatare come i materiali raccolti non rimangano allo stato grezzo ma si interpolino sempre con la fisicità, la memoria e le visioni dell’artista, trovando un momento di sintesi in opere dove c’è sempre una connessione con l’altro, con la sua inventiva, le sue esperienze, il suo corpo. Il passaggio dal dato grezzo alla condivisione e personalizzazione di quello stesso dato ritengo sia un punto nevralgico del lavoro di Ciancimino e credo si possa leggere come un modo di appartenere al Mediterraneo. È un punto che meriterebbe una riflessione approfondita.

Al momento non trovo nel suo studio l’officina operosa e un po’ caotica che ho incontrato altre volte. Arrivo in una fase di estrema concentrazione progettuale, è tutto troppo in nuce per essere raccontato (compresa una personale al Museo del Novecento a Milano che la porterà per la prima volta a ricercare in archivi italiani che conservano documenti significativi del movimento libertario). Intuisco comunque che sta pensando a un grande wall drawing, una modalità operativa che rimane tra le più connaturate alla vocazione pubblica del suo lavoro. Nelle grandi mappe che disegna sul muro può intrecciare piani narrativi e livelli iconografici differenti, con stralci da giornali, ritratti di personaggi e di piante, simboli e stilemi da culture differenti, su un fondo di trame sempre riferibili al liberty siciliano.

C’è un progetto in particolare che colpisce la mia attenzione. Si tratta di un libro che sta ideando insieme alla storica americana Jennifer Guglielmo. Riguarda la storia di alcune donne anarco-comuniste del sud dell’Italia che tra fine Ottocento e primo Novecento emigrarono negli USA. Prima di emigrare, avevano avviato la loro insubordinazione con scioperi per il pane; poi, raggiunti i mariti oltreoceano, li avevano sostenuti nelle loro battaglie, divenendo protagoniste del potente contesto di lotta radicale newyorkese legata ai diritti sul lavoro. Il libro raccoglierà i loro discorsi anonimi nelle piazze, che saranno accompagnati da disegni che omaggiano la loro resistenza libertaria attraverso la riproposizione di elementi tratti dai loro ricami. L’artista li ha recuperati negli archivi, o nelle case delle eredi. Un modo di ricostruire la Storia che scalda la dimensione archivistica e la orienta verso un senso nuovo; nel fondere l’acquisizione memoriale con la costruzione di reti di relazioni e condivisioni, permette di prefigurare nuove scritture, nuove ambizioni politiche.

A un certo punto della nostra conversazione viene fuori una considerazione tutt’altro che secondaria. Mi racconta che in questi due anni ha lavorato a radicalizzare i suoi interrogativi sul senso del fare, ponendosi nella condizione “del deserto”, dell’azzeramento. «Siamo in un tempo del tutto nuovo – mi dice – i modelli ai quali ho attinto per anni, compresi quello ecologista e quello anarchico, non sono più sufficienti. Vanno integrati con nuovi pensieri, serve un affondo dentro di sé, occorre ripensare la spiritualità. Bisogna studiare meglio quella multidimensionalità che il mondo antico aveva già intuito e che la fisica quantistica non smette di indagare». Ci salutiamo con dentro la percezione dell’attesa. Il saluto si affaccia su un’incognita. Comprendo che è il tempo per un suo nuovo viaggio.