Emmanuele De Ruvo

Napoli 1983

Vive e lavora a Napoli e a Piedimonte Matese

Studio Visit di Marcello Francolini

maggio 2022

Mentre aspetto nello studio di Emmanuele De Ruvo, in una cantina-grotta come un ventre di tufo, nei quartieri spagnoli napoletani, parecchie pile di diverso materiale se ne stanno assortite secondo un apparente schema di cui lì per lì mi sfugge il disegno. Penso che sia già così evidente questa sua propensione per la verità fisica delle materie, selezionate a futuro uso relazionale a seconda di peso, struttura, elasticità, resistenza, porosità, flessibilità. Ripensavo alle parole di Imbriani sulla particolare pratica di Filippo Palizzi di raschiare via il colore della tavolozza e preparare le tele del giorno dopo «destinate a ricevere i suoi pensieri futuri» e a quest’attitudine di De Ruvo a catalogarsi astrazioni fisiche, così come i paesaggisti dell’Ottocento desumevano schemi di rappresentazione di elementi naturali, dalle nuvole, ai prati, alla luce che filtra dalle fronde dei pioppi e varie. Ci sono poi alcune casse con opere imballate, sono appena tornate da una personale alla Montoro 12 Gallery di Bruxelles, dal titolo I Saw a Blue Sphere (2022), che credo racchiuda tutto il processo formale dell’artista, che si muove nell’approfondimento e nell’osservazione del vero al fine di produrre un’esperienza estetica che viene a coincidere con l’esperienza fisica.

Con questa prospettiva di partenza, bisognerebbe affrontare il lavoro di De Ruvo, rimettendosi alla meraviglia del limite fisico continuamente ricercato nel cortocircuito tra magnetismo e gravità, tra equilibrio e rottura, peso e resistenza. Ciò accade concettualmente e fisicamente in una serie di lavori portati avanti nell’ultimo biennio, il cui fil rouge è proprio l’opportunità del riequilibrio, come in Punto improprio (2020), dove la linea tratteggiata, solitamente usata nel disegno tecnico per suggerire le superfici in un secondo piano, qui indica il margine fisico entro cui un parallelepipedo oltrepassa la stabilità della sua forma tipica, curvandosi. Ma la presenza della curvatura fisica e della linea mentale rende l’opera aperta, nel senso che la stessa concezione di spazio si definisce nel rapporto tra soggetto e oggetto che innesca l’azione mentale tra i vari stadi richiamati dall’opera, del fisico e del metafisico. In ciò la poetica di De Ruvo è in perfetta osmosi con le pratiche attuali di un’opera dalla qualità ed essenza performativa, che non si risolve in un segno definito, ma che viene ridefinita continuamente dal processo esperienziale dello spettatore. D’altronde De Ruvo è un’artista consapevole dei propri maestri, con cui mantiene vivo un certo dialogo, com’è evidente dalla serie Dear Masters, di cui, credo, sia molto esplicativo della sua visione, Dear Gino, in cui trova forma la sospensione di un discorso mai scritto con Gino De Dominicis, dove la penna ritta ha lo stesso sapore dell’inazione del David di Michelangelo, in cui l’equilibrio è l’aspetto momentaneo in un processo d’azione che solo il referente può ricostruire: quanto dura l’attimo precedente il lancio contro Golia? Cosa passa tra la dinamica fisica della penna prima di scrivere e il pensiero prima di fluire? In quello spazio indeterminato agisce la mente dello spettatore che così si sposta da una dimensione temporale a un’altra, ridefinendo il senso stesso di spazio come entità dipendente non dalle cose in sé ma dalle relazioni di senso. Prendiamo Unflexible (Munich 1972) (2022), qui bisogna correre dal piano fisico a quello metafisico (dal significato espresso e da quello sospeso tra parentesi). La diaspora degli enti è suggellata da ipotetiche, improprie, combinazioni d’equilibrio e di sintonia tra legno e vetro. Infine l’unico punto d’equilibrio è il piombo, che riassume anche la brutalità fisica di una contrapposizione politica. È una progressione, la ricerca di De Ruvo, che in senso inverso si muove dal generale al particolare, dallo stato d’animo allo stadio fisico.  Non è poi la propria stanza quel luogo sia fisico che, sentimentale? In effetti scrivania e sedia sono anche i due oggetti originari della ricerca di De Ruvo iniziata dalle serie Destrutturazioni, da cui le opere più iconiche come The Pen Is on the Table (2012-2017) e Confidence (2018). Nel caso della prima opera, vi è una scrivania disposta obliquamente, sembra ricordare quei monumenti equestri rinascimentali che erano piuttosto immagini tipizzate di virtù, giacché sul piano v’è un foglio che, riassumendo le date di nascita e morte di pensatori di diversi ambiti, si pone come luogo simbolico delle categorie o tipi del pensare. Una scrivania, la cui disposizione impropria è uno sviamento oltre il limite fisco e che metaforicamente è anche la conoscenza stessa intesa come una progressiva ridefinizione dei limiti. Com’è importante frequentare il lavoro di De Ruvo, da esso comprendiamo la libertà dei limiti. Andando via, ripensavo a un lavoro di Giulio Paolini, Disegno geometrico (1960), e a come delimitando la squadratura fisica della tela, abbia lasciato la più ampia libertà di movimentazione figurativa.