Daniela Corbascio

Bari 1960

Vive e lavora a Bari

Studio visit di Lorenzo Madaro

Lo definisce perentoriamente un «viaggio ideologico e sentimentale alla riscoperta delle emozioni e dei grandi sentimenti». Daniela Corbascio parla in questi termini di Sud (2013), una sua installazione neon che individua, sulla superficie di una freccia direzionata a sinistra, l’essenza di un “pensiero meridiano” (Cassano) insieme autonomo e connesso con una pluralità urbana e sociale. L’ha installata in tanti luoghi differenti e oggi domina, con discrezione essenziale, sulla facciata della sede della Regione Puglia sul lungomare di Bari, dove è visibile in permanenza, ma in passato altre versioni dell’opera sono state installate anche su edifici rurali, istituzionali o sulla facciata di uno spazio museale come la Fondazione Pascali di Polignano a mare.

Quest’opera è certamente il paradigma di una serie di punti cardinali del suo lavoro: da un lato c’è l’aspetto imprescindibile della sintesi, Daniela Corbascio è difatti artista capace di formalizzare con urgente rigore il proprio discorso, il proprio segno, lo fa con gesti penetranti e immediati – chi la conosce sa che sono approcci che le appartengono anche nel lessico e nella gestualità del quotidiano –; poi c’è il desiderio intimo di relazionarsi con i ritmi, anche quelli caotici, del quotidiano, attraverso interventi capaci di dialogare con progettualità (e probabilmente questo approccio gli deriva dagli insegnamenti dei corsi d’architettura a Pescara, che ha frequentato da ragazza) con architetture e spazi pubblici (dalle piazze alle facciate storiche), anche con lo sguardo più o meno distratto dello spettatore e della sua dittatura cognitiva e percettiva. In più, Sud, svela una viscerale appartenenza non tanto geografica ma antropologica ai territori di confine, difatti Daniela Corbascio vive un rapporto profondo con la sua terra ma anche con i suoi trascorsi industriali, essendo una archeologa del passato recente, in grado di captare potenzialità inesauste di materiali, provenienti da depositi della memoria anche famigliare.

Nell’azienda del padre, infatti, ha allenato silenziosamente il proprio sguardo, osservando l’architettura nascosta nei vecchi macchinari industriali, defunzionalizzati e parzialmente ripensati, dal tempo lineare e dal pensiero visivo. Non è un caso che l’artista sia a proprio agio con i grandi spazi, incontenibili come la sua tempra. La vado a trovare una mattina di primavera nella zona industriale di Bari, nell’enorme capannone dove c’è l’azienda del suo compagno. Si muove con piena disinvoltura tra spazi esterni e ambienti interni; con agilità passa da un laboratorio all’altro, dove sono depositati brandelli di sue opere. Raccontano di vent’anni e oltre di impegno capace di prediligere i territori dell’installazione e la convivenza dialettica tra oggetti e materiali d’uso, dove il preesistente fa i conti con la dimensione manuale, fisica, di corpo a corpo con i perimetri aperti dell’opera stessa.

Osservando tutto il percorso di Daniela Corbascio ci si rende conto di quanto sia in grado di investigare differenti ambiti che riguardano l’uomo e la sua essenza, la libertà e la sua negazione, la storia e il tempo, l’architettura e la natura. Pensiamo a Lady A (2010), opera site-specific, oltre 12 metri di neon che costituiscono una vera e propria gabbia all’interno della corte centrale di uno dei manieri più suggestivi del sud Italia, il castello Alfonsino di Brindisi, che nel 2010 fu invaso dall’artista in occasione del progetto Intramoenia Extrart, curato da Giusy Caroppo con la direzione scientifica di Achille Bonito Oliva. È una prigione atemporale che di notte irradia luce, illuminando con la propria energia lo spazio attorno. C’è qualcosa di magico in certi suoi interventi, alcuni recuperano l’intima memoria domestica – pensiamo a Sud/[i]ario del 2008, in cui differenti elementi del corredo di famiglia sono tenuti insieme da brandelli di neon, quasi delle cuciture di fratture emotive, ricordi sovrapposti, materialità in divenire. Il neon diventa una scrittura, un vero e proprio segno caratterizzante che riaffiora, sempre con pregnanza, su corpi, strati di materia, volti, come nel caso del ritratto che dedica a Pietro Marino, autorevole decano della critica d’arte da “Sud”, o di alcuni ritratti femminili squarciati, dalle rosse labbra sensuali, illuminate a dovere da Daniela Corbascio.

L’artista è essenzialmente nomade, anche a livello linguistico, ma non dimentica neppure una consapevole attrazione per alcune esperienze della storia dell’arte contemporanea, dal minimalismo (che sa assorbire), all’immaginario pop, a un’area poverista. Ma lo fa con l’energia e la leggerezza che le è propria, convinta com’è che l’arte – come la vita – sia una stratificazione di percezioni, gesti, tracce da segnare lungo una possibile strada, che non dovrà mai essere a senso unico. Ecco, il lavoro di Daniela Corbascio, non è mai a senso unico.