Chiara Enzo

Venezia 1989
Vive e lavora a Venezia
Studio visit di Stefano Coletto

Chiara Enzo ha il suo spazio di lavoro a Mestre. Si è formata nella celebre scuola di Pittura all’Accademia di Belle Arti della città lagunare; nel 2017 incontra la Bevilacqua La Masa, quale vincitrice di un premio acquisto alla storica collettiva annuale dedicata ai giovani artisti e successivamente assegnataria di un atelier. Dal 2017 si infittiscono le partecipazioni a premi dedicati agli artisti emergenti; vincitrice al Lydia!, premio all’arte contemporanea emergente della Fondazione Il Lazzaretto, quindi l’esercizio formativo nei format delle residenze, Erasmus (MA in Fine Art, De Montfort University, Leicester), workshop, tra i quali quello al Padiglione Italia, curato da Marta Papini. Dopo numerose collettive, la chiamata l’anno scorso alla Biennale Il latte dei sogni, a cura di Cecilia Alemani.

Così, in due righe, il suo messaggio: «La mia pratica artistica si incentra nella relazione tra il sé e l’altro da sé, al cui fulcro è posto il corpo, percepito come topos vulnerabile, straniante e contraddittorio». Piccoli formati per opere delicatissime, realizzate in tempi lunghi, con una combinazione di tempera, gouache, pastello, matite colorate; il tutto su una superficie a cartoncino incollato su tela. Frammenti di corpi, dettagli. Vedi la pelle che diventa spazio e ti chiedi se il corpo possa davvero essere attraversato dal nostro sguardo. Inattuale, come le ricerche radicali, solitarie; Chiara si allontana dalla velocità e dall’orizzontalità degli artisti nomadi; il suo è un lavoro certosino. Lontanissima dal vitalismo pittorico e materico che piace a un pubblico che acquista facilmente grandi tele che invadono e arredano ampie pareti. Rigetta quell’iperrealismo che seduce perché siamo esseri che vivono di immagini fotografiche e colgono il fotografico ovunque. Le sue composizioni di piccole cornici sono invece frame di una sceneggiatura filmica, in cui il corpo si manifesta per frammenti, oppure sembra essere assorbito dalle pareti, da un interruttore, da uno scarico di un lavandino. Il suo lavoro deve essere lì, un punto, come un neo inquietante della pelle, il sintomo di qualcosa in cui l’occhio affonda e sembra perdersi. Mi giro, ecco lì, improvvisamente, quello di cui stavo scrivendo.

In questo periodo, nel suo studio, fatto da un tavolo, un leggio, una parete, Chiara è concentrata su Situazione con M, un lavoro per una prossima importante mostra collettiva a Milano. Le spalle, un collo, un abito, il lavoro sta per essere ultimato ma, per l’artista, va perfezionata la relazione con lo spazio che circonda il dettaglio di questa figura.

Il rischio, nel suo lavoro, è di rappresentare un corpo meramente segnato, fermarsi alla documentazione, come un realismo che certifica una patologia e quindi di arrestarsi alla constatazione del dato; così, quello stesso corpo, rinuncia a diventare fantasma, ombra nello spazio pittorico. La caratteristica migliore, d’altra parte, si manifesta quando l’occhio dell’artista ci conduce attraverso le membra, un torace, un collo alla soglia di un volto, raramente intravisto, sempre atteso, come un’epifania. Interrogandolo, l’altro, si può incontrare.

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