Panorama - Studio Visit - Bigi - Campostabile

Campostabile

Mario Campo, Alcamo 1987; Lorena Stabile, Alcamo 1989

Vivono e lavorano ad Alcamo

Studio visit di Daniela Bigi
febbraio 2022

Ragionare sul lavoro di Campostabile dopo averne visitato lo studio costringe a un’operazione di astrazione e al contempo di immaginazione percettiva, perché si tratta di tenere a mente due dimensioni, una micro e una macro, che vivono una sintesi abbastanza complessa.

La micro è lì, sui tavoli da disegno, nel forno per la ceramica, nella macchina da cucire, nelle collezioni di oggetti e materiali, nello schermo del computer. È fatta di piccoli manufatti non necessariamente riconoscibili o di moduli progettati per composizioni ancora poco leggibili. 

L’impressione è quella di un’officina specializzata dove ciascuno ha il proprio compito e delle specifiche abilità, ma in realtà sono solo in due a lavorarci, Lorena Stabile e Mario Campo. Si muovono tra la modellazione in argilla bianca di piccole forme più o meno astratte, la stampa 3D di qualche oggetto di quasi-design, il calco di alcuni elementi della natura (un cedro, ad esempio e forse prossimamente dei fiori), la progettazione di collage fotografici che riportano pattern di tessuti, la realizzazione di soft sculptures mediante stoffa e cucito. Spesso realizzano anche opere monocromatiche simili a dipinti su carta, che ottengono cuocendo specifici impasti di alimenti (lo zafferano per il giallo, il finocchietto per il verde, le mandorle per il bianco e via dicendo), oppure, seguendo un’antica tecnica artigianale, intrecciano delle sottilissime strisce che ricavano o da quegli stessi monocromi edibili o da pagine di immagini e notizie catturate nella rete. 

Nel loro laboratorio convergono scenari domestici, matrici rurali, tradizioni culinarie, riti popolari, suggestioni sartoriali, dispositivi tecnologici, pensieri grafici, itinerari digitali. 

Questa dimensione micro, nella pur vasta gamma di specializzazioni, demarca in realtà un territorio unitario, una sorta di visionarietà abitabile con la quale Campostabile sembra rispondere alla coattività pervasiva dei modelli imperanti. 

Passiamo al macro. Scorriamo le immagini dei loro interventi recenti, tutti su grande scala (in occasione di una Boccata d’arte, a Cornello dei Tasso, direttamente outdoor). Si tratta di complesse strutture di tessuto, con volumi di altezze e geometrie differenti che danno vita ad ambienti percorribili. In alcuni punti vi appaiono piccoli oggetti enigmatici. Sembra quasi un piccolo teatro in cui si viene invitati a esperire collettivamente la drammaturgia pittorica di un enigma, tra affioramenti dal passato e incursioni dal futuro.

La caratteristica di queste architetture di tessuto è la morbidezza, la precarietà pur nella fissità, l’adattabilità al luogo. L’obiettivo che dichiara Campostabile è quello di trasformare senza stravolgere, di pensare la coesistenza. 

Nel lavoro di quest’estate a Cornello c’era un elemento ulteriore. L’intervento era pensato anche come un bivacco, sia per lo spettatore che per l’opera. Nell’idea del bivacco possiamo trovare spunti interessanti: precarietà, nomadicità, libertà, rifugio, condivisione, attesa, operatività, obiettivo, contemplazione. Vi si avverte anche uno spirito comunitario…

Ora, ricongiungendo micro e macro, appare lampante la centralità che assume la questione della “forma” in tutto il lavoro di Campostabile. Esplorazione conoscitiva, decostruzione, ma anche verifica di un’idea di progettabilità e accertamento del significato del trasformare. Siamo di fronte a uno dei tabù più inespugnabili del lascito novecentesco. Ma perché interrogarsi oggi sulla forma? Perché sfidare quel tabù? Farlo dalla Sicilia assume un significato molto diverso rispetto al farlo da Milano, o da Londra. 

«Nella bulimia di immagini che riempie il nostro quotidiano, per noi diventa più interessante fermarci a guardare come cade la piega di una stoffa», mi dicono. Così vengono fuori altre questioni. Viene fuori la Grecia e la postura etica dalla quale guardare alle forme, ma affiora anche la storia “minore”, con la sua trasmissione resistente, talvolta finanche clandestina, di forme che non si allineano ai poteri dominanti. E soprattutto torna fuori il tessile delle avanguardie e il contributo delle donne nello studio della politica della forma. 

Il lavoro di Campostabile pone dunque questioni consistenti. Si tratterà di verificare le prossime mosse e capire come verrà ulteriormente sviluppata la relazione tra micro e macro, che strada prenderanno gli interventi nello spazio, quale rapporto verrà instaurato con il design. E soprattutto come si preciserà la loro ricerca sulle forme. 

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