Paolo Bini

Battipaglia 1984

Vive e lavora a Salerno e a Cape Town (Sud Africa)

Studio visit di Marcello Francolini

Si giunge allo studio di Paolo Bini tenendosi la città, di Salerno, alle spalle per immergersi nella campagna dolcemente piana tra Pontecagnano e Battipaglia, in quell’orizzonte vasto di terra che per tipicità geografica, servì il grande sbarco degli Alleati nel ’43. La strada corre simmetrica a una varietà multicolore di campi erbosi e la velocità d’automobile crea delle linearità orizzontali come delle sintesi visive che, in definitiva, non sembrano così distanti dalle opere dell’artista che troviamo una volta giunti sul posto.

Paolo Bini ha costruito il suo stile attraverso la ridondanza di un’astrazione minimale che fa della linea uno spazio di condensazione della materia e del segno. Le sue opere si compongono come un processo scultoreo che aggiunge porzione su porzione di nastri di carta su cui, gesto su gesto, addiziona diversi tratti: addensati, aggrumati, stesi, giustapposti. Certo che a incontrare le opere di Bini non si direbbe subito qualcosa ‘a proposito del paesaggio’, così credo come, a prima vista, non si direbbe nulla sui Due amici (1502) di Giorgione che sia ‘a proposito del sostentarsi in amore dell’amicizia’. L’uno, produce opere che nascondono nell’astratta linearità esperienze di paesaggio, l’altro, nasconde nel doppio ritratto l’immagine di un concetto, perciò cos’è veramente figurativo o veramente astratto? Bisogna fare luce sul meccanismo di funzionamento piuttosto che sul processo formale, per meglio entrare nei vivi significati di un’opera. A una recente serie di lavori presentati a Cape Town, in Sud Africa, in occasione della mostra Paolo Bini: nuova luce e terra d’Africa, appartiene Viola con i colori dei fiori di Fraschhoek (2022). Un’opera la cui titolazione ci dà le coordinate geografiche precise entro cui cercare i riferimenti alle correlazioni di fiori-colori che l’artista ricompone, decostruendo l’immaginazione sino allo stadio primario dell’indeterminato. Svolgendo lo sguardo sulla serie completa dei lavori esposti, essa prende le mosse dalla volontà di elaborare un catalogo dei fenomeni naturali, come sottende la stessa titolazione “nuova luce e terra”: albe, tramonti, mezzodì, mezzenotti, radure, flore, orizzonti su terra e su mare. Secondo un movimento che va a ritroso verso la percezione primaria, dall’esterno verso l’interno, dal paesaggio esteriore a quello interiore, Bini ricostruisce un proprio modello linguistico di restituzione di quel sussulto emotivo che sempre infonde l’uomo dinnanzi alla vastità caotica e stupefacente della natura. Sembrano i suoi schemi analoghi a quegli “schemi di nuvola” (1785), di Alexander Cosenz, per cui più che ritrarre il paesaggio, si organizza la tavola con una certa disposizione di elementi, tale da indurre lo spettatore a una rievocazione del paesaggio.

Gli ultimissimi lavori sembrano andare ancor di più in tale direzione, com’è per Orizzonte (2022), esposto in occasione della mostra Panorama Monopoli 2022 (a cura di Vincenzo De Bellis). Un lavoro completamente nuovo e foriero, forse, di una nuova ricerca in atto. La percezione è qui ricercata al di là del dato sensibile, la tela quasi del tutto monocromatica è attraversata da una linea bassa d’orizzonte, come un accenno di primo rumore nel nulla. Uno squarcio fuxia-violaceo, come l’ultimo barlume di tramonto, prepara lo spettatore alla notte. In effetti, a ben pensare, è nella notte che il non-vedere apre la mente al trascendente, al sovra-sensibile capace di produrre interpretazioni sul mondo. A questa trasformazione pittorica si aggiunge una costante ricerca sui materiali, che credo lo condurrà vieppiù verso una conquista ambientale del suo lavoro. La sostituzione della carta alla pellicola in pvc permette di mutare le sue superfici in campi d’accadimento. Questa nuova concezione di lavori porta con sé una nuova programmazione concettuale. Possono disporsi ora, questi lavori, ad accogliere una determinata luce a una determinata ora, in determinate condizioni ambientali, termiche, prospettiche. La via dell’installazione non è nuova nel percorso dell’artista, ma di certo i precedenti tentativi erano per lo più sviluppi scultorei dei suoi motivi pittorici, una reiterazione del suo segno nello spazio reale. Con questa nuova ipotesi ambientale, l’opera diventa occasione viva e dinamica e mai definita, anzi aperta e in continua variazione di forme che reagiscono e agiscono a contatto reale con la luce e con il punto prospettico dello sguardo dello spettatore.