Jacopo Benassi

La Spezia 1970

Vive e lavora a La Spezia

Studio visit di Marco Scotti

A pochi passi dalla stazione di La Spezia, dietro quelle che sembrano le vetrine oscurate di un negozio, si apre lo studio di Jacopo Benassi. Un artista oggi completamente immerso in un percorso che trova nell’immediatezza la sua forza, partendo dalla fotografia, posta come elemento fondante, per rileggere la lezione delle sottoculture musicali e trovare un’attitudine trasversale. Etica ed estetica punk, libertà di muoversi tra i linguaggi senza preoccuparsi troppo delle tecniche: «La fotografia è l’unica cosa che so fare, ma ora non voglio preoccuparmene più. La macchina è sempre davanti a me, riprendo tutto quello che faccio, e tutto, anche il suono, è mediato dalla fotografia». «Senza la macchina fotografica non potrei fare nulla». Questo è il punto di partenza, per un percorso che è stato influenzato da tutto quello che ha incontrato, a partire dal club B-Tomic, gestito da Benassi per anni con alcuni amici e sotto il quale ha avuto il primo spazio dove lavorare, a fanzine soprattutto (e l’attività editoriale rimane ancora oggi importantissima, e spesso autoprodotta). Ora lo studio è un luogo di sperimentazione: «Per me è fondamentale, è anche lo spazio dove vivo e così non smetto mai di lavorare».

La sua ricerca attuale continua a essere articolata e multiforme. Una serie iniziata quasi un anno fa riflette sulla sovrapposizione, lavorando sull’idea di parete a partire da Gordon Matta-Clark: «mi sono chiesto dove finisse l’opera, interrogandomi sul momento quando viene incorniciata. Avevo paura non fosse più mia, così ho iniziato a lavorarci, tagliando i vetri, rompendo le cornici. È un lavoro su quello che sono, non recito». Dalle pareti di cartongesso, staccate e rotte, è stato un percorso fatto di prove, che ha portato alle installazioni per l’importante mostra Vuoto al Centro Pecci nel 2020, con riflessioni sull’idea di accatastare e imballare le opere, togliendole dalla visione del pubblico. «Qui entra la pittura, per la mia ultima mostra ho iniziato a dipingere La Spezia attraverso gli occhi di Agostino Fossati, un pittore dell’Ottocento. Non ho tecnica, ho preso dei particolari o degli sfondi, ho agito velocemente come faccio sempre: levando la pittura, cancellando, il quadro poi mi appariva. Un processo contrario al restauro. Poi li sovrapponevo alle stampe fotografiche, stratificandoli, nascondendoli, li tenevo insieme con delle cinghie dando a tutto un senso di forza ma anche di fragilità». Si tratta spesso di immaginare quello che non è oggettivamente visibile, arrivando dentro all’immagine.

Entrando nello studio troviamo solo una parete destinata ai lavori recenti, per il resto i cavalletti sono le tracce del lavoro pittorico mentre, come quinta, un muro è interamente destinato alle chitarre sfasciate durante le performance. «Se fossi venuto solo due giorni fa, il mio studio sarebbe stato completamente diverso, avresti visto Lori Goldston – musicista americana che ha partecipato anche ad Unplugged in New York dei Nirvana – che provava insieme a me. E io non faccio musica, o meglio la faccio automaticamente cadendo sugli strumenti. E mi piace modificarli, non solo nel suono, renderli quasi delle sculture». Ieri, infatti, è andato in scena nella sede di Fondazione Carispezia l’ultimo appuntamento di Cortile, la serie di incontri collaterali alla mostra in corso, con la Goldston appunto e il gruppo danese dei Larsen. Questi momenti performativi accompagnano Matrice, a cura di Antonio Grulli, un’esposizione interamente costruita attraverso il dialogo con la sua città e progettata in ogni suo aspetto. Ma una mostra la troviamo anche nel bagno dello studio, ribattezzato FBI – Fondazione Benassi Iacopo e unica stanza a essere ricoperta di suoi scatti, affiancati da interventi di artisti ospiti: dopo Andrea Renzini, è stato Francesco de Grandi a intervenire pittoricamente sul coperchio del WC.

È sicuramente una sfida per l’artista capire come mettere ancora più a fuoco il ruolo dell’immagine fotografica all’interno di dinamiche performative e installative, senza perdere la forza e l’efficacia portata dall’immediatezza, dalla consapevolezza di volersi porre come indifferente a certe complessità tecniche. Il percorso della ricerca è chiaro, così come la necessità di Jacopo Benassi di non fermarsi, di spostare i confini rispetto a quanto già raggiunto. La spinta è sempre legata al prendere atto dell’imperfezione, con urgenza: «io sono sempre in una fase attiva, butto fuori pezzi di me, è come se manipolassi me stesso».

«Ora non riesco quasi a fare foto, ne scatto pochissime»: c’è anche il peso di un archivio enorme, però dalla fotografia sembra che Benassi non riesca a staccarsi. «E anche di performance in fondo non ne mastico tanto, ho iniziato con i Kinkaleri, che sono stati come genitori per me in questo ambito».

Così il performativo non può prescindere dalla presenza della fotocamera, destinata a riprendere l’artista mentre è in scena, con un controllo totale di Benassi sull’immagine, sia questa realizzata grazie ad automatismi oppure delegata ad altre persone che rinunciano però completamente alla loro autorialità. «Prima mettevo le mie macchine sui cavalletti, ora do la camera in mano a qualcuno ma per me non cambia nulla: progetto una situazione e l’immagine che ne deriva è mia. Anche tecnicamente, do in mano alle persone macchine senza teleobiettivo, e io devo semplicemente essere al centro dello scatto».