Giovanni De Angelis

Napoli 1969

Vive e lavora a Roma

Studio visit di Daniela Trincia

In una via, il cui toponimo descrive la fantasia romana nel denominare le strade – via Affogalasino – si trova la casa-studio di Giovanni De Angelis. Nato a Napoli, quasi ventenne si trasferisce a Roma per lavoro, continuando i suoi studi di ingegneria. Pur essendo un fotografo, non ha mai studiato fotografia nel senso classico del termine, dato che «il miglior manuale per imparare a fotografare – afferma – è il libretto di istruzioni della macchina fotografica, perché dalla tecnica puoi capire come ritrarre il mondo. A cui si aggiunge la capacità di cogliere l’attimo, perché vedo la foglia muoversi prima che arrivi il vento». Molti dei suoi progetti sono stati realizzati in giro per il mondo, da Tokyo a Tel Aviv, a Varsavia, a Riga, e così via, con un attento sguardo antropologico rivolto alle generazioni di giovani e al loro rapportarsi con gli ambienti in cui vivono.

Fondamentalmente in bianco e in nero, e sempre interessato alla percezione, il suo lavoro si dedica a una ricerca, quasi ossessiva, sui lati uguali / quadrato, o meglio sul doppio. Da qui è nato, nel 2013, il grande progetto Gocce d’acqua, che lo ha portato fino in Brasile, a Cândido Godói. Noto per l’alto numero di gemelli (che alcuni spiegano per gli esperimenti condotti dal medico nazista Josef Mengele), li ha fotografati, cercando di coprire le varie fasce di età. Non sono dei ritratti semplici, ma ritratti in cui i protagonisti hanno un certo piglio, perché ha voluto riprodurre l’atmosfera vissuta da bambino durante la visione del film Il villaggio dei dannati: questo luogo, per lui, è il suo villaggio dei dannati. L’ossessione per il doppio è riproposta nei Ritratti d’artista, realizzati come dittici o con l’implicito riferimento al doppio, mirando a narrare anche il lavoro artistico. In parallelo si dedica ai «ritratti di luoghi e di cose», individuando quei posti «dove accadono delle cose», evidenziando i contrasti tra il luogo e chi lo attraversa. Come nella serie Asino: un solitario asinello fotografato in luoghi ameni, che sono quelli toccati da san Francesco d’Assisi durante le sue peregrinazioni. Oppure #1 SHIBUYA – Tokyo, il distretto dove i giovani si recano per acquistare le grandi griffe, e, nei sottopassaggi, si prostituiscono per mettere insieme i soldi per procurarsele. 

Sperimentando le possibilità della fotografia e il suo intrinseco concetto di tempo, ciò che lo colpisce è l’opportunità di fermare l’attimo. Sin dai suoi primi lavori, ha sempre sperimentato le possibilità della fotografia, dalla light painting (con Accomodamento visivo, in cui ha cercato di fissare quello che accade a destra e a sinistra del campo visivo dell’occhio), fino alla realizzazione, dal 2012, di installazioni vere e proprie, volte a cristallizzare l’azione performativa di molti suoi lavori, con la costruzione del Time Needle – l’Ago del tempo: un parallelepipedo nel quale sono concentrate cinque/sei foto di un istante della realtà (limitazione dello spazio), posto su esili gambe instabili, che ondeggia come il tempo. Nel tentativo di superare il tempo attuale, già con Asino è nata la linea rossa dipinta sulla foto: un taglio, o una quinta teatrale, che consente all’osservatore di vedere quell’immagine nell’infinitesimo spazio e tempo, in una “continuità perenne”.

Progetti quali Gemelli e Ritratti d’artista, sono sempre aperti, cui costantemente si dedica. Per questo, ha in programma di ritrarre gemelli che svolgono lo stesso lavoro. Mentre, attualmente, si sta dedicando a Nuovo vivo: in determinati “non luoghi”, opportunamente scelti, posiziona una luce rossa: la linea acquista corporeità e permette di entrare in un nuovo spazio-tempo.

La personale elaborazione di pensieri ed esperienze passate, fanno apparire alcuni scatti troppo criptici o semplicistici, e richiedono, necessariamente, delle coordinate per essere colti nella loro totalità. Ancor di più, il disturbo visivo provocato dalla linea rossa. Ma è proprio quella linea rossa, divenuta, in realtà, non solo una nota distintiva ma anche una peculiare firma, che coniugata al bilanciatissimo bianco e nero e a inquadrature centrate e centrali, crea col suo fisico disturbo uno stimolo visivo e apre interrogativi, stimola la percezione. Foto che, nella loro apparente sincerità, sono sempre il risultato di lunghe ricerche, antropologiche o geografiche, che aggiungono ulteriore volume al tempo dello scatto.

Foto di Gerald Bruneau