Matteo Costanzo

Roma 1985

Vive e lavora a Roma e a Pesaro

Studio visit di Marco Trulli

Il mio incontro con Matteo Costanzo si tiene a Roma, davanti al Colosseo, in maniera irrituale, su proposta dell’artista. Lo studio di Costanzo si trova a Pesaro, ma le sue ossessioni sono nello studio della realtà, palinsesto in cui l’artista attiva le sue intromissioni, le sue green performance, interamente vestito con una tuta verde chromakey.

Dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti a Urbino, l’artista ha vinto lo storico premio Salvi ad Ancona, è giunto finalista al Premio Fabbri e ha partecipato a una serie di mostre collettive e a residenze, tra cui Bocs_art e Viafarini, oltre ad aver tenuto alcune mostre personali presso spazi indipendenti.

La sua ricerca verte principalmente sulla creazione di interferenze nella realtà e nella percezione di essa, attraverso l’attivazione di diversi dispositivi per esportare frammenti di immagine generandone di nuove. Le opere diventano così aggregati che, nel percorso dell’artista, assumono diversi aspetti fino ad assumere forme tridimensionali (Glitch painting). Il guasto dell’immagine come trauma, vuoto, spazio di risignificazione e traslazione di senso, è uno dei punti nodali della ricerca di Costanzo, che spazia dal lavoro digitale alla performance fino all’installazione, pur mantenendo una coerenza rispetto alle prassi adottate. Il montaggio tra immagini diverse crea paradossi e slittamenti di senso, sospensioni utili a smascherare le contraddizioni della realtà. L’artista smonta e rimonta continuamente situazioni, immagini e oggetti definendone un nuovo funzionamento paradossale, una terza via, un glitch della realtà. Nei lavori degli ultimi anni l’artista sta ibridando sempre più le differenti ricerche avviate trovando intersezioni e dialoghi tra lavori installativi e bidimensionali.

La pervasività delle immagini, il rumore assordante della sovrastimolazione di un eterno presente mediatico, questo sembra essere il fuoco del suo lavoro, che è reso bene, ad esempio, nella mostra Imago ergo sum, curata da Antonello Tolve.

La ricerca di Matteo Costanzo si espande in maniera piuttosto eclettica attraverso diversi media e pratiche, fino a giungere all’invenzione di personaggi fittizi e a tesi complottiste e pseudo scientifiche la cui veridicità rimane sospesa. È il caso di Hyperlink, progetto in cui l’artista inventa il personaggio controverso ed enigmatico di Luciano Massimo Verlatti, autore di fantomatici libri su verità omesse dai poteri forti. Ogni campagna di propaganda di una pubblicazione è accompagnata da video esplicativi, strategie di marketing e display che mischiano storie occulte, maschere, elementi esoterici.

Questa trasversalità magmatica apre diverse riflessioni sul presente, attraverso un approccio che prende spunto dall’arte generativa per poi percorrere un binario autonomo e indipendente.

Lo stesso studio visit diventa una meta-opera, una nuova tappa delle sue green performance, con la creazione di un personaggio dalle pose ludiche e appositamente ridicole, artefice frequentemente di sforzi mastodonticamente inutili.

Di recente l’artista ha realizzato #6 Svuotare il mare nell’isola di Lampedusa, una performance in cui, mettendo in scena un atto completamente paradossale e nonsense, mette in luce un dramma del presente. Le green performance stanno assumendo, sempre secondo l’ibridazione tipica dell’artista, il formato di ritratti montati e sovrapposti ad episodi dell’immaginario visivo universalmente riconosciuti, trasformandosi ulteriormente. La serie Frames of Idelogy, creata con un algoritmo elaborato dall’artista in collaborazione con un programmatore, è un tentativo di scandagliare il ruolo del potere delle immagini, la loro pervasività in ambito commerciale, politico e sociale e ogni lavoro della serie è la risultante di una combinazione di immagini di diversa connotazione con un esito ambiguo e perturbante.

Al momento del nostro incontro, l’artista sta preparando una mostra personale dal titolo Nessuno è padre ad un altro, riferimento diretto alla figura di Carmelo Bene, figura molto influente per la formazione e la ricerca estetica dell’artista.

Nella sua produzione artistica, così densa e trasversale, si ravvisano evidentemente passaggi meno centrali, come in alcune performance che sembrano percorrere sentieri già solcati nella ricerca contemporanea. Nella serie delle Impossible Installations un timecode formato gigante è al centro delle torri di San Marco e Todaro a Venezia. In questa come in altre immagini si evince la forza che l’arte combinatoria di Costanzo può generare, talvolta anche senza mostrare significati manifesti, ma attraverso meccanismi percettivi e allusivi.