{"id":38243,"date":"2024-04-08T08:50:00","date_gmt":"2024-04-08T06:50:00","guid":{"rendered":"https:\/\/quadriennalediroma.org\/the-eyes-of-others-a-counterpart-perspective\/"},"modified":"2024-04-08T13:23:36","modified_gmt":"2024-04-08T11:23:36","slug":"the-eyes-of-others-a-counterpart-perspective","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/quadriennalediroma.org\/en\/the-eyes-of-others-a-counterpart-perspective\/","title":{"rendered":"The Eyes of Others. A Counterpart Perspective"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel suo articolo intitolato <em>Come siamo silenziosi sullo stato dell\u2019arte<\/em><a href=\"#_ftn1\" id=\"_ftnref1\"><sup>[1]<\/sup><\/a>, Gian Maria Tosatti denuncia la scarsa produzione di testi critici dedicati alle arti visive in Italia. Pochi giorni dopo appaiono le prime due repliche: Christian Caliandro propone un elenco di libri di critica usciti in questi ultimi anni, sufficienti, a suo parere, a smentire affrettati giudizi catastrofisti; Michele Dantini ricorda, tra le altre cose, che la (ri)scrittura di pezzi di storia dell\u2019arte \u00e8 esercizio critico anch\u2019esso, spesso pi\u00f9 utile e durevole di una critica tutta affogata nel presente.<\/p>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Obiezioni sensate. Dir\u00f2 di pi\u00f9: nella lista stilata da Caliandro, inevitabilmente parziale, stupisce tuttavia l\u2019assenza di <em>Sentimiento Nuevo<\/em>, il volume che raccoglie i contributi dell\u2019omonimo convegno del 2011 dedicato alla nuova critica d\u2019arte in Italia, evento unico nel suo genere, curato da Davide Ferri e Antonio Grulli<a href=\"#_ftn2\" id=\"_ftnref2\"><sup>[2]<\/sup><\/a>. N\u00e9 vengono menzionati, nemmeno come categoria, i saggi critici pubblicati su cataloghi e monografie, come quelli \u2500 giusto per fare due soli esempi eccellenti \u2500 di Elena Volpato e Riccardo Venturi. E poi evidentemente ci sono i molti testi apparsi su riviste, cartacee e online, come \u00abMousse\u00bb o \u00abAntinomie\u00bb. Mi fa piacere ricordare anche gli sporadici interventi di alcuni artisti, tra cui Flavio Favelli, Sofia Silva o Flavio De Marco, o di scrittori come Emanuele Trevi e Tiziano Scarpa. Infine, lasciando un attimo da parte ogni considerazione sulle differenze di qualit\u00e0, mettiamo nel conto anche i tanti interventi sui blog personali, di accademici o di battitori liberi come il facinoroso Luca Rossi.<\/p>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dunque, in Italia si scrive d\u2019arte in tanti e vari modi, d\u2019accordo. E tuttavia continuo a concordare con Tosatti su un punto: un segmento specifico della critica \u2500 per semplicit\u00e0 usiamo il termine recensione \u2500 pare essersi volatilizzato. Anni fa, prima che la conoscessi di persona, scrissi ad Alessandra Spranzi una e-mail di elogio per il suo lavoro. Mi rispose stupita: \u00abCome sai \u2500 terminava \u2500 ormai siamo [noi artisti] abituati a muoverci in un deserto\u00bb. Tosatti cita la mole di recensioni che troviamo riguardo all\u2019attivit\u00e0 di artisti \u2500 anche minori o di terz\u2019ordine aggiungo io \u2500 attivi negli anni Venti o Trenta del Novecento, numeri neanche lontanamente paragonabili a quelli attuali. \u00c8 vero che il numero complessivo di artisti, di gallerie private e dunque di mostre, \u00e8 cresciuto enormemente, e sarebbe inverosimile se non addirittura angosciante un aumento proporzionale di recensioni. Ma il pericolo non sussiste. Da alcuni decenni il discorso <em>ex post<\/em> (recensione critica) \u00e8 stato abbondantemente rimpiazzato da quello <em>ex ante<\/em> (il comunicato stampa). Gli artisti un po\u2019 se ne lamentano e un po\u2019 stanno al gioco: nella nuova concezione dell\u2019artista manager di s\u00e9 stesso, che fornisce il pacchetto completo (opera, foto, spiegazione), l\u2019assenza di contraddittorio (vero) sembra pagare, almeno sul breve termine.<\/p>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La questione non riguarda solo l\u2019Italia. In <em>Critical Mess: Art Critics on The State of Their Practice<\/em>, una collettanea curata dal critico d\u2019arte americano Raphael Rubinstein nel 2006, i titoli degli interventi sono gi\u00e0 molto eloquenti: <em>A Quiet Crisis<\/em> (Rubinstein), <em>What Happened to the Art Critics?<\/em> (James Elkins), <em>Art Criticism, Bound to Fail<\/em> (Nancy Princenthal). Tra le molte cause di questa graduale perdita di rilievo della critica d\u2019arte, ne riprendo solo una, citata anche da Dantini: il ruolo giocato dalla (assenza di) committenza. La critica \u00e8 un esercizio di pensiero e di scrittura che richiede capacit\u00e0 e tempo superiori a quanto ne serva per le domande di un\u2019intervista o per rimaneggiare un comunicato stampa. E se questo \u2018extra\u2019 non \u00e8 considerato un valore aggiunto (e premiato con un giusto compenso economico) o viene addirittura ostacolato (\u00abSe critichi quell\u2019artista, la sua galleria non acquister\u00e0 pi\u00f9 le nostre pagine pubblicitarie!\u00bb), il ruolo di critico, gi\u00e0 di per s\u00e9 ingrato, si riduce a un\u2019opzione per masochisti.<\/p>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Anche un curatore giudica continuamente, lo fa ogni volta che seleziona un artista o delle opere. E tuttavia, in forza della sua <em>main mission<\/em> \u2500 ideare e articolare delle mostre \u2500 non \u00e8 necessariamente tenuto a giustificare le proprie scelte. Al contrario il (curatore in veste di) critico ha propriamente il compito di rispondere in sede pubblica delle sue passioni o avversioni, argomentando esclusioni, proponendo confronti. \u00ab<em>Cr\u00ectica<\/em> s.f. [dal gr. \u03ba\u03c1\u03b9\u03c4\u03b9\u03ba\u03ae (\u03c4\u03ad\u03c7\u03bd\u03b7) \u201carte del giudicare\u201d, facolt\u00e0 intellettuale che rende capaci di esaminare e valutare gli uomini nel loro operato e il risultato o i risultati della loro attivit\u00e0 per scegliere, selezionare, distinguere il vero dal falso, il certo dal probabile, il bello dal meno bello o dal brutto [&#8230;]\u00bb<a href=\"#_ftn3\" id=\"_ftnref3\"><sup>[3]<\/sup><\/a>. L\u2019attivit\u00e0 critica comporta l\u2019assegnazione di un certo valore a qualsiasi cosa che sia oggetto della sua attenzione. Negli ultimi anni il <em>c\u00f4t\u00e9<\/em> culturale occidentale \u00e8 diventato istericamente sospettoso verso ogni valutazione e persino interpretazione (da quale pulpito? Non puoi capire una certa estetica se non sei tu stesso\/a una donna afroamericana; non puoi giudicare quella tale performance ignorando le opinioni dei pastori di renne Sami). \u00c8 sorprendente che ci\u00f2 avvenga in un mondo in cui centinaia di milioni di persone \u2018comuni\u2019 esprimono quotidianamente giudizi su tutto e tutti: scorrete le recensioni dei ristoranti su TripAdvisor, i commenti a un brano di Amy Winehouse su Youtube, le critiche furibonde ai medici nei gruppi No Vax su Telegram. Che ci piaccia o meno, molto prima di codificarsi in specifici generi letterari (critica d\u2019arte, critica letteraria ecc.) l\u2019atteggiamento critico \u2500 distinguere, fare preferenze \u2500 \u00e8 connaturato all\u2019esistenza dell\u2019essere umano e forse ha origine in un\u2019ancestrale lotta per la sopravvivenza. Anche se non esprimiamo i nostri giudizi, distinguiamo in continuazione, per quanto stupide siano le conclusioni cui giungiamo o false le premesse da cui partiamo.<\/p>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma torniamo alla critica d\u2019arte, le cui varie declinazioni \u2500 selezione, giudizio di valore, interpretazione \u2500 non necessariamente devono coesistere. L\u2019eminente filosofo americano Arthur Danto, per esempio, dichiarava di lasciare volentieri ad altri (critici, direttori di musei) il lavoro sporco \u2500 la selezione di chi o cosa valga la pena parlare \u2500 per potersi tranquillamente dedicare alle raffinatezze dell\u2019esegesi. Ora, c\u2019\u00e8 una domanda non banale cui vorrei provare a rispondere in quanto artista: cosa me ne faccio dell\u2019opinione di qualcun altro su una mia opera, di cui in fondo sono l\u2019unico a dover rispondere? Grazie ai commenti che mi vengono rivolti mentre sto ancora lavorando a un\u2019opera, riesco a individuare elementi, qualit\u00e0, (s)proporzioni, simbologie che non vedevo fino a quel momento, o scopro analogie con opere di altri artisti che non conoscevo; raramente, ma mi capita anche di accogliere dei suggerimenti specifici. In generale, un giudizio compiuto o un\u2019interpretazione articolata arrivano, se arrivano, a lavoro concluso, ed \u00e8 sempre emozionante per me osservare che effetto esso abbia su altre persone, altre biografie, altre sensibilit\u00e0. \u00c8 un po\u2019 come guardare s\u00e9 stessi con altri occhi, sdoppiarsi alla maniera dell\u2019inquietante Monsieur Teste di Paul Val\u00e9ry. Ora, quando qualcuno si emoziona davanti a un mio quadro provo un brivido e mi godo per un po\u2019 l\u2019illusione che quel che faccio abbia un senso anche per gli altri. Diverso \u00e8 il caso di chi dedica sensibilit\u00e0, intelligenza e tempo alle mie opere e ne ricava un pensiero: questa cosa provoca in me un senso di gratitudine. Non \u00e8 buonismo: certi commenti mi irritano, certe interpretazioni mi sembrano assurde, troppo semplici o troppo complicate. Il punto cruciale \u2500 va sempre ripetuto \u2500 \u00e8 che l\u2019autore non detiene alcun monopolio sulla \u2018giusta\u2019 interpretazione di una sua opera. L\u2019opera sta al suo autore come un figlio alla propria madre: si assomigliano ma ognuno dei due ha un\u2019identit\u00e0 autonoma, in costante trasformazione. E una buona madre desidera, per doloroso che sia, che il proprio figlio a un certo punto esca di casa e vada a fare esperienza nel mondo. Cos\u00ec l\u2019interpretazione, come l\u2019analisi secondo Freud, non hai mai fine. \u00abLeggerli [i testi critici di Cesare Garboli su Natalia Ginzburg, Elsa Morante, Antonio Delfini] significa aprire scrigni ricchi di tesori e ritrovarsi a guardare da prospettive inattese autori su cui sembrava di avere gi\u00e0 capito tutto: un\u2019esperienza corroborante\u00bb<a href=\"#_ftn4\" id=\"_ftnref4\"><sup>[4]<\/sup><\/a>.<\/p>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 indubbio che ci voglia una certa dose di arroganza per formulare un giudizio, negativo o positivo che sia. Argomentare pubblicamente un\u2019opinione \u00e8 per\u00f2 anche un atto con cui ci si assume una responsabilit\u00e0 di fronte a un gruppo sociale, piccolo o grande. Inoltre, contrariamente a quanto accade con le teorie scientifiche, la rilevanza di un giudizio di valore dipende anche da chi lo proferisce. E questa autorevolezza (<em>auctoritas <\/em>veniva chiamatonel Medioevo un autore o un testo d\u2019incontestabile prestigio) uno se la guadagna sul campo. Voglio dire che se qualche mese fa invece del mio amico Pierpaolo Campanini, che stimo come pittore e come persona di rara sensibilit\u00e0, fosse stato qualcun altro a fare le sue stesse osservazioni, forse non mi sarei lasciato convincere, o non cos\u00ec velocemente, a modificare un mio quadro.<\/p>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Bologna, settembre 2023. Esami di ammissione all\u2019Accademia di Belle Arti. Domanda: Quali artisti il\/la candidato\/a ritiene pi\u00f9 significativi in questo momento della sua vita? Nell\u201980% delle risposte compaiono Klimt, Van Gogh o Caravaggio. Niente Tiziano, C\u00e9zanne, Picasso o Cattelan, una sola occorrenza di Duchamp. In compenso pullulano nomi a me sconosciuti: Denis Sarazhin (271K), Nicolai Ganichev (69K), Chris Hong (340K), Mariusz Lewandowski (113K). Sono artisti (o illustratori) che questi ventenni \u2018seguono\u2019<em>.<\/em> Li cerco su Instagram e metto tra parentesi il numero dei loro followers \u2500 in migliaia. Benvenuti nel regno della pura orizzontalit\u00e0! Giusto per ricordarci che un denso iperspazio avviluppa quel piccolo pianeta chiamato \u00absistema dell\u2019arte contemporanea\u00bb, un pianeta terribilmente bisognoso di sentirsi esclusivo mentre ripete il <em>mantra<\/em> dell\u2019inclusivit\u00e0.<\/p>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019arte \u00e8 lunatica e stupida. La critica ci fa intravvedere quanta intelligenza vi sia nascosta sotto. Quando c\u2019\u00e8. E quando \u00e8 buona critica.<\/p>\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a id=\"_ftn1\" href=\"#_ftnref1\"><sup>[1]<\/sup><\/a> G.M. Tosatti, <em>Come siamo silenziosi sullo stato dell\u2019arte<\/em>, in \u00abIl Sole 24 Ore\u00bb, domenica 3 settembre 2023.<br\/><a id=\"_ftn2\" href=\"#_ftnref2\"><sup>[2]<\/sup><\/a> <em>Sentimiento Nuevo. Un\u2019antologia<\/em>, a cura di D. Ferri, A. Grulli, Bologna, Edizioni MAMbo, 2013<em>.<\/em> Il libro documentagli incontri informali in alcuni bar bolognesi e la successiva serie di tavole rotonde ospitate al MAMbo, volti a indagare l\u2019ultima generazione della critica italiana e le nuove forme di scrittura d\u2019arte. Il volume raccoglie i contributi di quasi cinquanta tra artisti, curatori e critici.<br\/><a id=\"_ftn3\" href=\"#_ftnref3\"><sup>[3]<\/sup><\/a> Vocabolario Treccani online.<br\/><a id=\"_ftn4\" href=\"#_ftnref4\"><sup>[4]<\/sup><\/a> G. Amitrano, postfazione a C. Garboli, <em>Scritti servili<\/em>, Roma, Minimum Fax, 2023.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel suo articolo intitolato Come siamo silenziosi sullo stato dell\u2019arte[1], Gian Maria Tosatti denuncia la scarsa produzione di testi critici dedicati alle arti visive in Italia. 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