{"id":30343,"date":"2023-01-16T09:00:00","date_gmt":"2023-01-16T08:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/quadriennalediroma.org\/the-collective-bodynotes-on-milan-in-the-early-2000s\/"},"modified":"2024-03-27T09:45:55","modified_gmt":"2024-03-27T08:45:55","slug":"the-collective-bodynotes-on-milan-in-the-early-2000s","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/quadriennalediroma.org\/en\/the-collective-bodynotes-on-milan-in-the-early-2000s\/","title":{"rendered":"The Collective Body. Notes on Milan in the Early 2000s"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Francesca Guerisoli<\/p>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel primo decennio del Duemila, erano numerosi gli operatori culturali, nati tra anni Settanta e prima met\u00e0 degli Ottanta, che guardavano sia alle pratiche sociali sia al lavoro di squadra. In particolare, a Milano, i \u2018giovani\u2019 lavoratori dell\u2019universo artistico si erano formati e avevano mosso i primi passi in un territorio vitale e propulsivo, vivendo direttamente la discussione su arte e prassi relazionali e sociali, sollecitati da curatori, docenti e artisti che avevano affrontato questioni nazionali e internazionali attraverso antologie e riflessioni su cosa fosse e quali declinazioni stesse assumendo la cosiddetta \u2018public art\u2019. Basti pensare a collettivi e associazioni quali Connecting Cultures, fondata nel 2001 da Anna Detheridge; FreeUnDo di Anna Stuart Tovini e Vincenzo Chiarand\u00e0, network per l\u2019arte contemporanea nato nel 1995; Isola Art Project, aggregazione di artisti e curatori creata nel 2001, divenuta poi, con Bert Theis, Isola Art Center; cos\u00ec come alle lezioni di Alberto Garutti o Stefano Boccalini, agli incontri e alle mostre curati da Gabi Scardi e Marco Scotini. Solo per citarne alcuni&#8230;<\/p>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Lungo quel decennio, l\u2019arte a Milano era investita da una chiara spinta verso l\u2019impegno nel sociale, al fianco delle comunit\u00e0, soprattutto relativamente a tematiche riguardanti questioni abitative e aree urbane di conflitto. Numerose le associazioni sul territorio attente alle trasformazioni urbane e alle loro conseguenze, sperimentatrici di modi sostenibili e pratiche <em>bottom-up<\/em> per affrontare il contesto della citt\u00e0 metropolitana. Con l\u2019obiettivo di valorizzare il loro operato, era nata la rete inContemporanea (2006-2009), curata da Gabi Scardi e supportata dalla Provincia di Milano, che riuniva aMAZElab, AR.RI.VI., Assab One, Atelier Spazio Xp\u00f2, Careof, Connecting Cultures, FreeUndo, Isola Art Center, Museo Teo, Neon&gt;FDV, O\u2019, Reporting System, Uovo, Viafarini, Wurmkos. Non mancavano gli spazi indipendenti, non riconosciuti come associazioni, e i gruppi di dibattito sullo stato dell\u2019arte e sul lavoro dei suoi operatori. Si respirava dunque un\u2019aria frizzante, forse anche perch\u00e9 la generazione di artisti, storici dell\u2019arte, critici e curatori, che si stava affacciando al mondo del lavoro, era la prima a vivere le conseguenze dirette della deregolamentazione del mercato, che rendeva il terreno della sussistenza nell\u2019arte \u2013 gi\u00e0 scivoloso per natura \u2013 ancora pi\u00f9 instabile, e spingeva ai margini coloro i quali non potevano sopravvivere in una citt\u00e0 cos\u00ec costosa. Sempre pi\u00f9 precario in un mondo che stava subendo un\u2019involuzione economica, l\u2019artista mirava a farsi attore del cambiamento sociale, portare il proprio contributo per il benessere della societ\u00e0, svincolandosi sempre pi\u00f9 dal proprio studio per saldare legami con comunit\u00e0 di cittadini. Erano anni in cui non esistevano ancora bandi di sostegno alla ricerca artistica come l\u2019Italian Council, nato solo nel 2017, e riuscire a sopravvivere nel settore significava essere dotati di rendite familiari o notevoli capacit\u00e0 di <em>multitasking<\/em>, riuscendo a coniugare la ricerca artistica con un lavoro full time. I giovani artisti di allora operavano all\u2019interno di tale scenario. Ad esempio Alessandro Nassiri Tabibzadeh (Milano 1975) che, nel primo decennio del Duemila, era tra le figure di spicco dell\u2019area milanese, e che ha fatto delle pratiche relazionali e dell\u2019immersione nella citt\u00e0 il punto cardine dei suoi progetti, sempre conditi da un velo di ironia e gioco; in <em>Cinema Take Away<\/em> (2005) porta i video d\u2019artista nelle strade e piazze pubbliche di Milano attraverso un risci\u00f2 su cui sono montati un proiettore, un lettore DVD e delle casse audio: \u00abCinema Take Away \u00e8 un cinema portatile. \/ Cinema Take Away \u00e8 a disposizione di tutti i progetti in cerca di pubblico. \/ Cinema Take Away si muove liberamente per le vie, lo puoi guidare anche nelle zone pedonali. \/ Cinema Take Away raggiunge il pubblico se questo non lo raggiunge. \/ Cinema Take Away \u00e8 ecologico. \/ Cinema Take Away ha tutto quello che serve per una proiezione. \/ Cinema Take Away \u00e8 a disposizione di tutti gli artisti che vogliono condividere le loro idee. \/ Cinema Take Away non deve pagare il parcheggio. \/ Cinema Take Away \u00e8 gratis ed \u00e8 sempre in cerca di nuovi video da mostrare. \/ Cinema Take Away \u00e8 sotto casa tua. Se lo cerchi\u00bb<a href=\"#_ftn1\" id=\"_ftnref1\">[1]<\/a>. L\u2019opera genera comunit\u00e0 temporanee, in virt\u00f9 della proiezione, e contestualmente porta l\u2019arte ai cittadini: al calar della sera, una selezione di video degli artisti presenti nell\u2019archivio dell\u2019associazione Careof \u2013 tra cui Stefano Romano e Francesco Lauretta \u2013 vengono proiettati in piazza Gramsci, piazza dei Mercanti, nei pressi di piazza Sant\u2019Eustorgio e in vari altri luoghi, quali il liceo artistico Caravaggio e la Triennale di Milano. L\u2019azione\/installazione di Nassiri evidenzia anche l\u2019intento di \u2018fare squadra\u2019, appropriandosi di un vocabolario plurale nella scelta di video non suoi; <em>Cinema Take Away<\/em> diviene dunque dispositivo che tesse relazioni a pi\u00f9 livelli, tra gli artisti e tra artisti e pubblico.<\/p>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le tensioni sociali che attraversavano alcune aree della citt\u00e0, per esempio via Paolo Sarpi, nota come Chinatown milanese, e via Padova, erano evidenti, e per tale motivo vi si concentravano gli interventi artistici. Ad aprile 2009, entrano nel vivo del conflitto, dato dall\u2019ininterrotto scarico merci nell\u2019area di via Sarpi, Andrea Masu (Milano 1970, membro del collettivo Alterazioni Video con Paololuca Barbieri Marchi, Alberto Caffarelli, Matteo Erenbourg e Giacomo Porfiri) ed Elisa Giardina Papa (Medicina 1979) con <em>Il carrellino d\u2019oro<\/em>, azione collettiva ludica nata nell\u2019ambito di <em>Chinatown Temporary Art Museum<\/em><a href=\"#_ftn2\" id=\"_ftnref2\">[2]<\/a>, a cui partecipano diversi artisti residenti nella zona, su invito di FreeUnDo. \u00abL\u2019iniziativa affronta in modo ironico quello che \u00e8 diventato uno dei simboli del conflitto nel quartiere Sarpi, cos\u00ec da ritrovare un terreno comune di confronto e dialogo\u00bb, spiegava Masu a \u00abla Repubblica\u00bb. <em>Il carrellino d\u2019oro<\/em>, di cui ha avuto luogo anche una seconda edizione, consiste in una gara di corsa lungo una strada del quartiere, muniti di carrelli usati per trasportare le merci. Come in un videogioco, l\u2019abilit\u00e0 sta nel districarsi tra ostacoli che riprendono quelli di tutti i giorni: mamme con bambini, biciclette, vigili, macchine in retromarcia, con penalit\u00e0 previste per eventuali incidenti. La competizione, aperta a tutti, richiedeva che ogni carrello portasse lo stesso peso. \u00abPartecipare significa avere sprezzo del pericolo e divertirsi, senza vincere nulla\u00bb<a href=\"#_ftn3\" id=\"_ftnref3\">[3]<\/a>.<\/p>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ogni zona aveva i suoi contrasti, pronti a farsi materia artistica: in particolare il quartiere Isola\/Garibaldi, investito da questioni relative ai cambiamenti urbanistici programmati e il conseguente rischio di gentrificazione, centrali nelle azioni di associazioni come Isola Art Center. Tra i progetti pi\u00f9 significativi, <em>Wild Island<\/em> (2002) di Stefano Boccalini (Milano 1963), artista della generazione precedente e docente alla NABA, che aveva dato vita a un orto-giardino comunitario in uno dei due parchi di via Confalonieri, con l\u2019obiettivo di informare gli abitanti sulla trasformazione urbanistica in atto, e contestualmente sviluppare tra loro un senso di appartenenza al territorio.<\/p>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Uno dei temi pi\u00f9 caldi \u00e8 il verde di Milano, al centro infatti dell\u2019interesse di artisti e associazioni. Paradigmatico il progetto <em>Verdecuratoda&#8230;<\/em> (2005) di Ettore Favini (Cremona 1974), che evoca esplicitamente <em>Difesa della natura<\/em> (Bolognano 1984) di Joseph Beuys. L\u2019intento di Favini \u00e8 una riforestazione urbana mirante alla riqualificazione di spazi pubblici inutilizzati: rotatorie stradali, aiuole pubbliche, piccoli giardini rionali. L\u2019operazione nasce nell\u2019ambito della mostra <em>Rough End<\/em> (2005), tenuta alla galleria Alessandro De March, e viene poi presentata nell\u2019esposizione <em>Green Island<\/em> (2006) presso la Stazione Garibaldi, curata da Claudia Zanfi di aMAZElab. Il programma consiste nella riqualificazione di specifiche aree, attraverso la piantumazione di essenze arboree; ogni cittadino pu\u00f2 diventare parte attiva. La massima estensione del progetto si \u00e8 avuta a Torino, alla Falchera, quartiere popolare nato nel 1972, pervaso da attriti sociali, e che oggi, da simbolo della periferia, \u00e8 divenuto quello con il pi\u00f9 alto numero di aree verdi in rapporto alle abitazioni. Favini, con <em>Verdecuratoda&#8230;<\/em>, ha dato vita a un frutteto composto da sei specie di frutta antica protetta. La variante dell\u2019opera, <em>Verdecuratoda&#8230;voi<\/em> (2013), introduce un elemento ludico: viene messo a disposizione dei cittadini un distributore di gadget (come biglie per bambini), dove, inserendo una moneta da 1 euro, \u00e8 erogata una pallina contenente semi e istruzioni per la semina: \u00abScegli una zona che ti piace, pianta i semi seguendo le istruzioni del foglietto&#8230; e poi ogni tanto vai a dare una controllata ai tuoi semi, segnala a verdecuratoda.com dove hai piantato, attraverso un software di mappatura su google, insieme agli altri cittadini contribuirai a realizzare la pi\u00f9 grande scultura vegetale del mondo\u00bb. I distributori attualmente si trovano a Milano, presso la scuola primaria De Nicola, alla Fondazione Ermanno Casoli di Fabriano e al MAIF Social Club di Parigi.<\/p>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tanti sono quindi gli artisti e i curatori le cui attivit\u00e0 esploravano le contraddizioni sociali, che hanno operato a Milano lungo quel decennio con esiti interessanti. Molti, per\u00f2, successivamente, per necessit\u00e0 hanno cambiato citt\u00e0 o Paese. Altri, strada.<\/p>\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a id=\"_ftn1\" href=\"#_ftnref1\">[1]<\/a> Dal sito dell\u2019artista, nella sezione dedicata al progetto, &lt;<a href=\"https:\/\/www.alessandronassiri.net\/index.php?\/project\/cinema-take-away\/\">https:\/\/www.alessandronassiri.net\/index.php?\/project\/cinema-take-away\/<\/a>&gt;.<br\/><a id=\"_ftn2\" href=\"#_ftnref2\">[2]<\/a> Recita il comunicato stampa: \u00abLe azioni proposte dagli autori coinvolti sono per lo pi\u00f9 \u2018antispettacolari\u2019, non nascono cio\u00e8 per essere seguite da un pubblico di giornalisti, curatori o addetti ai lavori elevandosi a performance; sono state pensate per accadere tra i passanti, sono momenti che si fanno spazio nei luoghi comuni. Convivendo\u00bb.<br\/><a id=\"_ftn3\" href=\"#_ftnref3\">[3]<\/a> Da ricordare anche il lavoro portato avanti in via Padova da associazioni come Assab One e da Pasquale Campanella, membro di Wurmkos, al liceo artistico Caravaggio, che ha sede in questa zona. \u00c8 divenuta iconica <em>La terra dei meloni<\/em> (2007) di Marcello Maloberti (Codogno 1966), performance dove si ballava a ritmo di musica dance rumena.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Francesca Guerisoli Nel primo decennio del Duemila, erano numerosi gli operatori culturali, nati tra anni Settanta e prima met\u00e0 degli Ottanta, che guardavano sia alle pratiche sociali sia al lavoro di squadra. 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