{"id":29433,"date":"2022-11-21T09:00:00","date_gmt":"2022-11-21T08:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/quadriennalediroma.org\/a-scanner-darklypreliminary-remarks-on-the-metaverse\/"},"modified":"2024-03-27T09:47:16","modified_gmt":"2024-03-27T08:47:16","slug":"a-scanner-darklypreliminary-remarks-on-the-metaverse","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/quadriennalediroma.org\/en\/a-scanner-darklypreliminary-remarks-on-the-metaverse\/","title":{"rendered":"A Scanner Darkly. Preliminary Remarks on the Metaverse"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Nicolas Martino<\/em><\/p>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Da pi\u00f9 parti si insiste ormai sull\u2019avvento di quella che sembra un\u2019altra grande trasformazione del mondo, un salto di qualit\u00e0, diciamo cos\u00ec, in virt\u00f9 del quale la realt\u00e0 come l\u2019abbiamo conosciuta finora diventer\u00e0 completamente diversa, un \u2018fuori\u2019 estraneo e aumentato. Una rivoluzione, qualcuno la chiama gi\u00e0 involuzione, tanto difficile da immaginare nei suoi effetti singolari e collettivi, che per provare a parlare dei suoi possibili sviluppi occorrerebbe avere l\u2019intelligenza visionaria di Philip K. Dick, non solo uno scrittore di fantascienza, ma probabilmente uno dei pi\u00f9 importanti filosofi del XX secolo, che \u00e8 riuscito a prefigurare il nuovo millennio nelle sue variegate sfaccettature. Ecco perch\u00e9 il titolo di questo intervento ricalca esattamente quello di uno dei suoi romanzi pi\u00f9 avvincenti e inquietanti, scritto nel 1977, l\u2019<em>annus mirabilis<\/em>, che segna l\u2019inizio di questa nuova storia con l\u2019avvento della terza rivoluzione industriale, quella dell\u2019elettronica e del microchip. Proviamo dunque, pi\u00f9 semplicemente e senza poter contare sui talenti di Dick, a scrutare alcune emergenze di tale nuova condizione che, a ben vedere, non \u00e8 questione che si debba dare in un futuro di l\u00e0 da venire, ma qualcosa di cui facciamo gi\u00e0 esperienza. Se gli anni Ottanta sono stati segnati dall\u2019automazione produttiva e dal personal computer, e i Novanta dalla diffusione planetaria della rete, ovvero, se il XX secolo si \u00e8 chiuso con il sopraggiungere di una generale smaterializzazione della realt\u00e0, questi nostri anni sono quelli in cui ci\u00f2 che fino all\u2019altro ieri abbiamo chiamato \u2018virtuale\u2019, contrapponendolo al \u2018reale\u2019, inizia ad assumere una consistenza che manda in soffitta una distinzione ormai inservibile. Voglio dire che, probabilmente, \u00e8 sempre pi\u00f9 complesso tenere in piedi un distinguo tra ci\u00f2 che \u00e8 reale e ci\u00f2 che non lo \u00e8, perch\u00e9 la realt\u00e0 stessa va ridefinita sulla base di una dicotomia tra \u2018online\u2019 e \u2018offline\u2019, in cui l\u2019esperienza \u2018surrogata\u2019 (quindi offline) diventa quella conosciuta fino a oggi, mentre quella \u2018piena\u2019 (quindi online) diviene ci\u00f2 che fino all\u2019altro ieri abbiamo chiamato virtuale. Insomma, se fino a ieri potevamo sostenere che una relazione affettiva, d\u2019amicizia e amorosa, o lavorativa, intrattenuta virtualmente attraverso i dispositivi e la messaggistica, non fosse una vera relazione, ma solo un sostituto dell\u2019unica relazione possibile, intrattenuta nello spazio fisico dell\u2019ufficio, della casa o della strada, le carte in tavola sono molto velocemente cambiate. Nel metaverso \u2012 di questo proviamo a discutere \u2012, non si manderanno messaggi e documenti, emoticon e vocali, ma si far\u00e0 esperienza di uno spazio nuovo, dove sar\u00e0 compresa la condivisione delle emozioni e delle sensazioni, sar\u00e0 possibile vivere pienamente, e forse anche meglio, una vita diversa. Lo aveva gi\u00e0 immaginato James Cameron in <em>Avatar<\/em>, film del 2009, che a breve avr\u00e0 un <em>sequel<\/em>, e nel quale \u2013 significativamente \u2013 uno dei personaggi, che nella realt\u00e0 aveva perso l\u2019uso delle gambe, decideva di abbandonare la sua condizione per vivere con il suo doppio virtuale.<\/p>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Vengono in mente i lavori di Federica Di Pietrantonio (1996), che da tempo lavora, pittoricamente, su questo cortocircuito tra reale e virtuale, che fa cadere la distinzione classica tra vero e falso, come ha gi\u00e0 dimostrato la fisica quantistica, post-newtoniana, quindi postmoderna. E si pensa anche alla riflessione pittorica di Domenico Antonio Mancini (1980) sul paesaggio che diventa codice. Queste esperienze artistiche ci invitano, saggiamente, ad essere prudenti rispetto all\u2019euforia di una liberazione promessa dal salto \u2018quantico\u2019 imminente, e basterebbe riflettere su quanto successo negli anni Novanta con un eccessivo entusiasmo tecno-libertario, velocemente smorzato dai processi di privatizzazione delle autostrade informatiche e delle banche dati. Ugualmente, il metaverso \u00e8 tutt\u2019altro che salvo dal dispositivo capitalista che procede per <em>enclosure<\/em> strutturali degli spazi pubblici, e questo significa che l\u2019esperienza, in siffatta \u2018realt\u00e0 fuori dalla realt\u00e0\u2019, sar\u00e0 ordinata gerarchicamente, secondo vari livelli di qualit\u00e0, legati indissolubilmente alle svariate capacit\u00e0 di investimento. Anche a questo proposito \u00e8 bene ricordare la capacit\u00e0 prefigurante dell\u2019immaginazione artistica e, in particolare, di Leiji Matsumoto, che nel manga, poi anime, <em>Galaxy Express 999<\/em> \u2012 anche questo del 1977 \u2012, immagin\u00f2 un mondo futuro dove i ricchi potevano acquistare un corpo meccanico che gli avrebbe permesso di vivere molto a lungo, mentre i poveri sarebbero stati costretti a una vita temporaneamente limitata o a viaggiare nello spazio, come i protagonisti della storia, alla ricerca di un pianeta in cui la vita millenaria fosse alla portata di tutti.<\/p>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tornando agli esempi della giovane arte italiana, \u2013 e qui non si pu\u00f2 non ricordare lo straordinario e pionieristico lavoro di Salvatore Iaconesi (1973-2022) e Oriana Persico (1979) per la creazione di un\u2019ecologia del nuovo abitare fondata sulla condivisione dei dati \u2013 se \u00e8 probabilmente vero che sia caratterizzata da una certa prudenza critica rispetto agli entusiasmi internazionali per la rivoluzione degli NFT, \u00e8 altrettanto vero che quella che stiamo attraversando \u00e8 una \u2018grande trasformazione\u2019, per usare un\u2019espressione di Karl Polanyi, che, a pensarci bene, rimette in gioco anche il nostro linguaggio, rendendone evidenti i limiti e il bisogno di reinventarlo, in un rapporto tra parole e cose che non smette di modificarsi. Le generazioni pi\u00f9 mature sono davvero in grado di capire cosa dicono i ventenni? Le nuove generazioni non parlano forse una lingua straniera, troppo straniera, per rendere possibile una staffetta generazionale? Il vocabolario attuale non \u00e8 inadeguato a definire il nostro mondo nuovo? Come fare per provare a descrivere l\u2019esperienza \u2018di\u2019 e \u2018dentro\u2019 una \u2018realt\u00e0 fuori dalla realt\u00e0\u2019, ovvero, come raccontare un\u2019esperienza aumentata nella quale i corpi potranno uscire da s\u00e9 stessi? Cosa diventeranno le identit\u00e0 non legate pi\u00f9 strutturalmente ai propri corpi? Ragioniamo, per rendere ancora pi\u00f9 evidente la radicalit\u00e0 del processo in corso, sulla mutazione cognitiva determinata dal tramonto della parola scritta come principale mezzo di acquisizione, conservazione e trasmissione del sapere, su cui insiste Derrick De Kerckhove, e sull\u2019emergere di intelligenze connesse, educate dalla rete e antropologicamente diverse da quelle che hanno abitato il nostro pianeta negli ultimi cinquecento anni. Basterebbe registrare quanto, quasi ovunque, le elezioni politiche siano determinate sempre pi\u00f9 da voti espressi sulla scia di onde emotive e sempre meno da valide argomentazioni, per rendersi conto che a tramontare sono anche il pensiero critico e la sfera pubblica emerse con l\u2019illuminismo; ci spiegheremmo cos\u00ec perch\u00e9 viviamo dentro l\u2019incubo di una critica che si trasforma nella caricatura di s\u00e9 stessa, e di cui d\u00e0 prova la diffusione virale della paranoia complottista, tramonto tragicomico delle fondamenta del pensiero dialettico occidentale. Non \u00e8 un caso che, come ha notato molto opportunamente Fredric Jameson, la schizofrenia, la stessa dei racconti di Dick, sia il tratto distintivo della nostra epoca. Una generale \u2018crisi della presenza\u2019, avrebbe detto Ernesto De Martino, accompagnata da stati sempre pi\u00f9 estesi di afasia collettiva, insieme alla moltiplicazione esponenziale della sindrome da <em>burnout<\/em>. Ma nel collasso della catena significante nella quale siamo stati \u2018compresi\u2019 fino all\u2019altro ieri, chi se non i poeti e, quindi, gli artisti, potr\u00e0 reinventare la nostra lingua, rendendo meno oscura questa navigazione, questo scrutare il mondo che viene? Non \u00e8 forse vero, come afferma Franco \u2018Bifo\u2019 Berardi in uno dei suoi libri migliori, che a rigenerare la nostra lingua e, quindi, a consentire la nostra relazione con un mondo che si metamorfizza in continuazione, \u00e8 la poesia e, quindi, sono gli artisti, che sulla lingua e sullo stile lavorano da sempre? Osservando con pi\u00f9 attenzione la scena artistica contemporanea sembra tornare molto utile l\u2019analisi letteraria di Carla Benedetti che, riflettendo sul postmoderno, ha contrapposto le vie d\u2019uscita alternativamente proposte da Italo Calvino e Pier Paolo Pasolini: ironico e disincantato l\u2019uno, tragico e ostinatamente impegnato l\u2019altro. Se la \u2018soluzione Calvino\u2019 ha egemonizzato senza dubbio la scena culturale degli anni Ottanta e Novanta, oggi gli artisti pi\u00f9 giovani sembrano guardare con sempre maggior interesse a quell\u2019idea di opera come progetto incompiuto su cui lavor\u00f2 Pasolini negli ultimi anni. Reinventare la lingua, costruire un vocabolario online al di l\u00e0 di quello offline, immaginare una nuova pittografia che renda possibile orientarsi e quindi fare esperienza di tale mondo fuori dal mondo. Sembra essere questo il compito a cui sono chiamati gli artisti del XXI secolo. Il lavoro a cui siamo chiamati tutti, nel metaverso nel quale abbiamo gi\u00e0 iniziato a vivere.<\/p>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Riferimenti bibliografici<\/strong><\/p>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">C. Benedetti, <em>Pasolini contro Calvino. Per una letteratura impura<\/em>, Bollati Boringhieri, 2022<\/p>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">F.B. Berardi, <em>Respirare. Caos e poesia<\/em>, Sossella, 2019<\/p>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">V. Codeluppi, <em>Mondo digitale<\/em>, Laterza, 2022<\/p>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">D. De Kerckhove, <em>Dall\u2019alfabeto a internet. L\u2019homme \u00ablitt\u00e9r\u00e9\u00bb: alfabetizzazione, cultura, tecnologia<\/em>, Mimesis, 2008<\/p>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E. De Martino, <em>La fine del mondo. Contributo all\u2019analisi delle apocalissi culturali<\/em> (1977), Einaudi, 2019<\/p>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">P.K. Dick, <em>Un oscuro scrutare<\/em> (1977), Fanucci, 2019<\/p>\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">F. Jameson, <em>Postmodernismo. Ovvero la logica culturale del tardo capitalismo<\/em>, Fazi, 2007<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nicolas Martino Da pi\u00f9 parti si insiste ormai sull\u2019avvento di quella che sembra un\u2019altra grande trasformazione del mondo, un salto di qualit\u00e0, diciamo cos\u00ec, in virt\u00f9 del quale la realt\u00e0 come l\u2019abbiamo conosciuta finora diventer\u00e0 completamente diversa, un \u2018fuori\u2019 estraneo e aumentato. 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