Andrea Botto

Rapallo 1973

Vive e lavora a Rapallo

Studio visit di Riccardo Venturi

Andrea Botto lavora attualmente alla personale che aprirà il prossimo 4 ottobre allo BTV Stadtforum di Innsbruck, nel contesto del progetto INN-SITU curato da Hans-Joachim Gögl e promosso dalla banca BTV, che ogni anno invita due-tre fotografi a lavorare sul territorio. Il titolo, Exploding Landscape, mi riporta alla mente l’occasione in cui ho visto per la prima volta dal vero il suo lavoro, la collettiva Di roccia, fuochi e avventure sotterranee, curata da Alessandro Dandini de Sylva al MAXXI di Roma nell’autunno 2021. Sotto l’egida di un passo di Empedocle – «molti fuochi ardono sotto il suolo» –, Botto ripercorreva i tentativi per realizzare uno scatto dell’esplosione sotto la galleria del Brennero. Lo scatto di una “volata”, per dirla nel gergo tecnico che restituisce bene l’azione.

Con apparente paradosso, parla di “distruzione creativa”, in realtà una riflessione ad ampio spettro sullo spettacolo della distruzione e la sua teatralità, ma anche sulla rappresentazione del paesaggio, che sia una cava sotterranea o un ponte in demolizione.

La mostra di Innsbruck sarà la prima personale sull’uso degli esplosivi nel paesaggio, che ha trovato un’incarnazione cartacea in un catalogo, è il caso di dirlo, esplosivo, KA-BOOM. The Explosion of Landscape (Éditions Bessard 2017), curato nei minimi dettagli. Spaziando dal rapporto tra esplosioni e fotografia alla dinamite come strumento progettuale fino alla cancellazione del paesaggio, contiene un’utile appendice con una filmografia che attacca con Zabriskie Point (1970) di Michelangelo Antonioni e si chiude con la serie tivù MacGyver, passando per Hollywood Party (1968) di Blake Edwards e Wile E. Coyote and The Road Runner. Un esempio della ricchezza semantica, oltre che estetica, delle immagini della distruzione, nonché dell’approccio versatile di Botto. Documentando la fine disastrosa di edifici e infrastrutture urbane, non dimentica mai il giubilo e quella scintilla tra violenza e comicità che s’innesca quando un palazzo si accartoccia su sé stesso o davanti alla detonazione in sé e dalla sua nuvola di fumo. Far scomparire di colpo qualcosa che esiste resta un meraviglioso gioco di prestigio anche se, al posto del telo di porpora scintillante del mago si ricorre ai candelotti di dinamite del fochino.

Sfogliando KA-BOOM, Botto mi ricorda quanto, per un fotografo, sia più facile fare un libro che una mostra. Spesso me ne dimentico, sebbene sia vero almeno dai tempi di The Pencil of Nature (1846)di William Henry Fox Talbot o dalla tradizione degli album fotografici. Un approccio tornato in auge tra i fotografi contemporanei anche grazie alla trilogia sulla storia del photobook che Martin Parr e Gerry Badger hanno curato per Phaidon, facilitato altresì dalla rivoluzione digitale che permette di assemblare da soli un libro e stamparlo in piccole tirature senza passare dallo stampatore.

Oltre a una selezione della serie fotografica prodotta per il MAXXI, Exploding Landscape mostrerà anche dei nuovi lavori sul tunnel del Brennero. Sul lato austriaco, infatti, viene utilizzata una diversa tecnica di demolizione, un esplosivo gel prodotto direttamente in loco, che in Italia, per questioni di sicurezza, si può tenere in piccole quantità nella Santa Barbara del cantiere. Neve permettendo, saranno esposte anche delle fotografie sul distacco artificiale delle valanghe per mettere in sicurezza gli impianti sciistici. Sono generate dalle cartucce di esplosivo lanciate da un elicottero la mattina presto, e innescate dall’onda d’urto, se la neve non è troppo compatta. All’oscurità del tunnel del Brennero si affiancherà così il bianco del paesaggio innevato.

Prima di chiudere il catalogo mi cade l’occhio sull’esergo che riporta un passo di un fotografo che non mi sarei aspettato di trovare, Luigi Ghirri. Parla del paesaggio in quanto intersezione di natura e cultura ma anche in quanto luogo di distruzione. «È come se mettessi le bombe dentro ai paesaggi di Ghirri», butta lì Botto, come a svelare la pulsione che preme dietro il suo progetto estetico, agli antipodi della tradizione della fotografia di paesaggio stile New Topographics. Se stima moltissimo il lavoro del fotografo di Reggio Emilia, ritiene necessario compiere fino in fondo quella distruzione del paesaggio italiano accennata da Ghirri a parole ma non messa in immagine. Che Botto si sia interessato per la prima volta alle esplosioni e al mondo dei cantieri documentando la demolizione notturna di un cavalcavia vicino Reggio Emilia (Tutto in una notte, 2003) non deve essere un caso.

© Andrea Botto –